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Rinunciare a rinunciare

Strano. Almeno strano. Mi mancava un annuncio ufficiale di questo tipo e poichè difficilmente mi fermo a guardare in superficie, cerco di capire il perchè. Perchè scrivere di una rinuncia a trattare un calciatore? Sarebbero pagine e pagine di affari sfumati, mordicchiati ma non imboccati. Non solo Candreva, ne sono stati accostati tanti. Per gli altri, mai una comunicazione ufficiale. Strategia? Strana. Almeno strana. L’unico aspetto coerente può essere il motivo “a centrocampo siamo a posto”. Forse preso atto del fatto che Ibarbo non può essere definito un attaccante ci si è resi conto di avere un centrocampista in più.  Coerente ma non esaustivo. Perchè  il motivo vero è certamente un altro. O più di uno. Può essere che Candreva costi troppo per quelle che sono “le possibilità” filosofiche del Cagliari. Ma può essere molto di più che dichiarando di inseguire Candreva si stia mandando un messaggio dannoso: qualcuno è obbligato a partire. E se il comunicato fosse stato invece “non sono obbligato a cedere nessuno e non aspettatevi sconti”?. Perchè l’arrivo di Candreva o di qualsiasi altro giocatore è probabilmente omozigoto con la cessione di un uomo attualmente in rosa. Contorto, strano, forse falsamente geniale. Chi ha letto “Il Principe” di Machiavelli potrebbe trovare assonanze

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Pocos, locos ma Fortza Paris

C’era una volta una terra che era lontana e dalla quale i Sardi partivano per dare il loro contributo… Non erano obbligati a farlo perchè l’Isola era una ricchezza. Partivano e tornavano perchè nessuno voleva far violenza a se stesso. Non è dato sapere tutto ciò che si esportava. Certamente l’ossidiana sarda è stata ritrovata in diverse parti d’Europa. Certamente i nostri bronzetti non erano ferraglia di basso consumo visto che arricchivano le tombe dei potenti del Continente. Chissà quanto altro.  C’era una volta la Sardegna che c’è ancora ma che talvolta si stenta a riconoscere. Soprattutto molti indigeni fanno fatica, vittima di un lavaggio cerebrale che ha cancellato (o tentato di farlo) una cultura millenaria. Che non è folclore. Perchè i codici scritti, l’organizzazione politica dei Regni della Nostra Isola sono qualcosa di più di una semplice prova. Sono la verità che ci  hanno nascosto e che pian piano sta riemergendo, si sta liberando. E’ più facile per chi arriva da fuori capire la nostra ricchezza. Una ricchezza ancora non manifesta che è chiusa nella materia grezza di una natura che ci ha fatto un regalo che non vogliamo aprire. In questo pacco di verde mediterraneo scampato al fuoco e al disboscamento, sotto questa confezione di mare e granito, di spiagge e scogliere, in questo germoglio di natura scaldato dal sole e carezzato dal vento, c’è l’energia per rinascere. Il conduttore non può che essere il filo sottile della sua gente. Poco, matta e ancora disunita, ma sempre meno. Se insieme sapremo dare unità ad un discorso aperto da secoli l’autodeterminazione non è utopia. E’ un progetto. Le prove sono vincenti perchè, sui temi (nucleare e radar) la Sardegna si è unita, mettendo da parte le frivole e inutili barricate di quartiere. Dai contenuti possiamo ripartire e qui le proposte e i temi sono non solo graditi ma anche richiesti

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Il ritorno di Re David

Nessuno osi pensare che possa riprendersi prepotentemente il trono. David è un Re educato, che vive di consensi e non di atti di imperio. E’ tornato così come era arrivato. Con l’emozione e l’umiltà del ragazzino, senza presunzione e arroganza. E’ tornato sapendo che lui ora è uno nuovo, che deve ricominciare, che deve capire il clima di una squadra che ha fatto grandi cose anche senza di lui. Non vuole rovinare niente, non vuole riavvolgere il nastro. Vorrebbe scrivere nuovi capitoli di storia, riassaporare il gusto del successo e della vittoria che il denaro da solo non può regalare. David si è rimesso in gioco. E’ ora il suddito dei tifosi rossoblu, veri padroni di un Cagliari che fa perdere sonno. Come lo ha perso lui quando la maglia rossoblu si è nuovamente prospettata come pelle che aveva perso. E nel cuscino cerano aggrappati tanti sogni che improvvisamente hanno fatto rumore. Sa che per trasformarli in realtà stavolta sarà anche più difficile della prima volta. E’ tornato in punta di piedi, rispettando chi ha trovato dentro lo spogliatoio e mettendosi a disposizione. Accettando la sfida di giocare per la Patria che ormai sente sua.

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O CAPITANI! MIEI CAPITANI!

(Tu lettore fremi di vita e orgoglio e amore come io fremo, dunque siano per te questi canti) (W.Whitman)

Mai avrei pensato di far sposare la mia passione quasi segreta per la poesia con la poesia per niente segreta del calcio. E mai avrei pensato che la poesia del calcio potesse veicolare i valori culturali e politici della mia terra. Molti non sanno che a scuola mi dovevo vergognare della facilità con la quale apprendevo e intuivo la logica e la matematica. Forse per questo l’equazione non mi è difficile: poesia:calcio=costume:realtà. Ci si può sbizzarrire a capire la mia condensata follia ma anche il minimo comune denominatore di tutto ciò che faccio. Alla base c’è sempre e solo il risultato, il desiderio di vincere, il sogno di vedere primeggiare la mia Terra. Nel calcio, ovviamente, per far diventare poesia ogni racconto. Nella economia per onorare la bandiera e vincere uno scudetto che sia solo nostro. Nella cultura per liberare la nostra millenaria storia dalle catene e farla uscire dalle profonde segrete in cui è stata isolata. Per fare tutto questo c’è bisogno di Capitani, di uomini leggendari che abbiano come inossidabile virtù il loro senso di schietta libertà. Non possono avere catene per spezzare catene. Non possono nascondersi se vogliono liberare la Nostra Gente. Devono urlare senza alzare la voce. Rassicurare chi non ha finora voluto percorrere una strada diversa. La mia, Capitani, miei Capitani, vuole portare fuori dalle congetture. Non uno ma tanti Capitani. Possibilmente tutti, responsabili del loro e del nostro destino.