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IL GRASSO MAIALE

Forse troppo presi dalla corsa. Forse incastrati dal sistema. Certamente incapaci di fermarci a riflettere. Ma che senso ha tutta la nostra esistenza? Qual è il fine ultimo se non VIVERE e VIVERE SERENI. Solo quando gli anni alle spalle sono più numerosi di quelli davanti cerchi di capire che cosa stai costruendo. Qualcuno dice UN FUTURO. Un futuro per chi se io ci sono adesso? Un futuro per i figli che poi costruiranno un futuro per il loro figli. E il presente? Il presente è la più grande ricchezza che abbiamo. È la ragione stessa della nostra esistenza. Vivere, per goderci ogni attimo della nostra concatenazione naturale. Perché poi, tutti i piaceri si riconducono a relazioni naturali. Relazioni affettive o amorose, relazioni riconducibili ai nostri sensi, comunque sempre relazioni con il mondo che ci circonda. Soddisfare la sfera di bisogni, circoscritta dal limite di ogni uomo dovrebbe essere il fine ultimo. E invece l’uomo continua a ricercare lontano da sé. Aliena l’idea del suo piacere nell’accumulo di risorse. Lavoriamo in una società per tenere in piedi il regime parassitario di chi ha troppo di più di quel che sarebbe utile per dare un senso alla propria vita. Trascurando di compensare la fetta di società che non riesce ad avere il minimo indispensabile per sopravvivere. Sosteniamo la società per pagare i privilegi della casta, non per dare pari opportunità a chi socialmente più debole. Non stiamo pagando per un sistema sanitario efficiente. Non stiamo pagando per servizi al cittadino. NOn stiamo pagando per una scuola decente. Stiamo pagando per le spese del maiale sempre più grasso. Ogni ruolo eccessivamente compensato è una voragine nell’equilibrio del mondo che dalla natura trae le proprie risorse in un dare e avere concatenato che se si spezza fa sprofondare tutti. Pensiamoci un poco, alle nostre sofferenze, ai nostri sacrifici. E pensiamo a come siano poi i momenti intimi, la famiglia, gli amici, il vero piacere che viviamo. Solo così potremo sopportare meno la corsa, l’incastro di un sistema che ci ha ingaggiato per alimentare l’accumulo di ricchezze e la distruzione di fasce deboli di società. Richiamandoti al dovere di fare arrivare al vertice le risorse, non diversamente da qualsiasi società di carattere imperiale. Contribuendo anche noi alla costruzione della piramide che provoca il dolore dell’uomo. Sotto il ricatto della falsa morale che ti fa credere che chi si ribella sia pericoloso. E invece è pericoloso continuare a sostenere la macchina della rovina.

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LA MIA DOMENICA DELLE SALME

I furbetti del quartiere, gli incapaci di borgata, i generali di Arlecchino. Siamo circondati. È inutile tentare di scappare. Non c’è scampo. Il sistema ha prodotto una società in cui è difficile scorgere un punto di crescita. Di uscita sì, di crescita no. No, finché ci saranno sovrastrutture mentali e disorganizzative, fondate sulla ignoranza e sulla conservazione dei privilegi. Puoi sbattere le ali anche a velocità supersonica che tanto non ti fanno volare. Ci si mette la cupola in cui vai a sbattere se osi avvicinarti al lampadario che fa luce. Ci si mette la melma che sta alla base quando cerchi un solido punto di partenza. Ci si mettono i volubili umori di chi non conosce altro dio al di fuori di se stesso. Non basta neanche dare l’esempio perché l’idea che ci si fa di te è che sei un cretino credulone del quale non si può fare a meno di approfittarne. Triste. Non c’è punto di crescita, rimane solo il punto di fuga. Dopo aver tentato di andare sopra e sotto, a destra e a sinistra, di essere rimasto fermo capisci che non ci stai a fare niente in certi contesti, PUNTO. Devi prendere atto del tuo disadattamento, dell’incapacità a speculare, a cospirare e a prostituirti. Della inadeguata voglia di fare che disturba chi non vuole bagnare il proprio stipendio con il sudore, visto che basta la saliva. Un piccolo angolo di mondo, due amici veri, un po’ di poesia e la fuga. Non è rimasto altro. La mia domenica delle salme è vicina e nessuno si spaventi se vedrà un cannone nel cortile. Guai a chi si avvicina senza permesso.

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BILANCIO “PER NATALINO”

L’obiettivo era solo uno. AIUTARE NATALINO. Assemini ha dato una risposta senza precedenti a chi riteneva (e forse ritiene) che fosse una società incapace di unirsi e di centrare un obiettivo di grande umanità. Una risposta compatta con un solo filo conduttore e nessun inquinamento: la sensibilità e la solidarietà. Una forza che è stata capace di uscire dal territorio, di diffondere l’eco che ha coinvolto anche chi Asseminese non è. Tutti si sono messi in gioco, chi più chi meno, ognuno come poteva, perché si riuscisse a centrare il grande obiettivo. Senza voler sfidare o battere qualcuno, senza voler annichilire strutture esistenti, con il solo intento di fare, di adoperarsi, di non stare a guardare. Fare l’elenco di chi si deve ringraziare è fare l’appello di una organizzazione sociale che si è dimostrata vincente. Artisti, sponsor, volontari, associazioni, singoli cittadini, corpo municipale, service tecnico. Il successo dell’iniziativa ha una matrice esclusivamente sociale, in cui non sono stati i colori e le appartenenze a dettare le strategie, ma il dialogo e l’abbattimento delle distanze. Tutti i colori sono stati rappresentati, nessun colore può accreditarsi il merito di un’azione popolare che ha travolto qualsiasi speculazione anche solo filosofica. È arrivato il momento del bilancio anche materiale. I risultati sono riassunti dai numeri. 10.167 euro sono stati raccolti nella sola serata di spettacolo all’Anfiteatro Comunale. Altri 12.182, 17 sono la somma delle restanti iniziative (Torneo di biliardo, Serata organizzata dagli Amici di Luigi Girau, Serata Zumba e tiro al bersaglio, Concerto Peter’s Day all’Angy Village, vendita di bibilte e panini organizzata dalla Pro Loco) sommate ai contributi individuali. Il totale è di 22.349 euro e 17 centesimi. Un obiettivo centrato in pieno. Le due ditte che poi si sono rese disponibili a fornire gratuitamente l’ascensore a Natalino sono la ciliegina sulla torta di un’azione clamorosa e che rende orgogliosi gli Asseminesi e gli amici che si sono uniti alla causa.
È giunto il momento delle operazioni di chiusura dell’iniziativa. Dal totale dovranno essere detratti 8 euro di tasse e 75 euro per la chiusura a breve del conto corrente intestato ai familiari di Natalino. La cifra raccolta verrà trasferita nel nuovo conto che verrà aperto a nome di Natalino (già domani mercoledì 9 ottobre) , passaggio possibile solo ora, dopo la nomina da parte del giudice (avvenuta il 18 settembre) della moglie Tiziana come amministratore di sostegno. Dal momento del nuovo accredito (due, tre giorni al massimo) ogni movimento dovrà essere autorizzato dal giudice e accompagnato da causale e pezza giustificativa.
Ci sono ancora una ventina di premi da ritirare, quelli estratti durante la serata del 12 settembre. Se non verranno ritirati entro la fine di ottobre gli stessi verranno dati in beneficenza. Sarà l’ultimo atto di cento giorni circa di attività che hanno promosso Assemini. Ognuno riprenderà il suo ruolo quotidiano con una ricchezza notevole, la consapevolezza che la forza della società unita è capace di superare i grandi problemi e che ognuno di noi ha un ruolo che non deve delegare. Un insegnamento nato per caso dall’energia scatenante della solidarietà, pescato dal patrimonio genetico educativo e culturale della nostra gente. Ricchezza da valorizzare più spesso. Isolando egoismi ed invidie. Veleni di una società che ha voglia di sopravvivere anche di fronte alle grandi difficoltà. Grazie a tutti per i meravigliosi cento giorni che Assemini ha vissuto. Sperando che diventino “chent’annos”.
Gli Amici di Natalino

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CIN, QUANTA VITA!

Un brindisi, ma niente più. Non vedo perché debba essere una festa particolare. Cin! Quanta vita alle spalle. Guardo dietro e mi vengono le vertigini. Guardo avanti e mi viene la paura. Faccio fatica a mettere in ordine ricordi e persone. Perché sono tanti e sono tutti vivi. Tutti. Anche coloro che non ci sono più. Anche chi non frequento. Ad ognuno ho assegnato uno scomparto e ripesco spesso episodi anche lontani. A cinquant’anni non si è solo se stessi, siamo tutto quello che abbiamo vissuto, le persone che abbiamo incontrato, le gioie e i dolori. Come uno scoglio affacciato sullo stesso mare abbiamo ricevuto carezze e ceffoni che ci hanno dato forma e che possiamo leggere in ogni risvolto del nostro carattere e non solo nei segni nel nostro corpo. Non solo la famiglia e gli amori. Anche il gioco, la strada, la radio, la scuola, la tv, la poesia, la musica, l’arte, la politica. La gente. Tanta gente che incontro e che rimane. Facilitato dal tipo di vita a cui sono andato incontro. La mia più grande ricchezza. Abbiamo preso e abbiamo dato. Con misure diverse, non necessariamente pretendendo di avere la stessa quantità in cambio. Ma tutti hanno dato e tutti hanno preso. L’insieme si chiama fato, destino, un percorso strutturato, per niente lineare, molto spesso sconnesso e tormentato. Ma senza le emozioni e i tormenti non potrei essere come sono oggi a cinquant’anni. Mi guardo dietro e mi vengono le vertigini, vorrei avere altri cinquant’anni per ricordare uno per uno gli episodi e le persone stampate in mente. E invece guardo avanti. Non ho smesso di fare la formica per cercare il pane. Ho avuto anche il tempo e l’opportunità di lasciare tracce. Penso a ciò che rimane. Da oggi in poi (come sempre) ogni attimo va vissuto. Cincin!

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MA CHE BEL CASOTTO!

Prima l’urbanizzazione, poi la deurbanizzazione, quindi il deserto. “L’urbanistica è una disciplina che studia il territorio antropizzato (la città o più in generale l’insediamento umano) ed il suo sviluppo.” L’insediamento umano… Il Poetto (come tanti altri ambienti) ha subito nei primi anni di vita il processo di insediamento umano, senza un equilibrio, senza un progetto di urbanizzazione che tenesse conto dell’impatto dell’uomo sul territorio. Dal 1913 in poi c’è stato l’assieparsi di strutture che ospitavano in modo indiscriminato l’uomo, già da allora incapace di tutelare l’ambiente. Uomo e ambiente in uno stretto rapporto, in una concatenazione che scopriva inconsciamente un nuovo settore produttivo legato al tempo libero, oggi chiamato turismo. Mancava (e manca ancora oggi) la consapevolezza di cosa significasse urbanizzazione. Il malinteso castrante (poco metaforico perché ci siamo tagliati le palle) arriva a fine secolo quando si comincia a mettere al bando l’uomo. Invece di curare si usa sopprimere. Così venne fatto per i casotti: producono inquinamento, quindi sradichiamoli. La legge del taglione. Applicando concetti babilonesi si asportava il male pensando di poter mantenere in vita il resto. A nessuno venne in mente che le strutture potessero essere conservate e riadattate. Completate con servizi annessi che potessero riequilibrare le sorti della spiaggia. Dismissione totale e esposizione agli agenti atmosferici della spiaggia. Oltre ai casotti erano state costruite le case, le strade, alterato l’habitat “senza uomo” che proteggeva l’arenile. Dopo la deurbanizzazione, il deserto. Per fermare la desertificazione la brillante idea del ripascimento. “A pasci procusu!” direbbe oggi qualcuno visto il risultato. La spiaggia “antiuomo” ha avuto un sussulto con i baretti, l’unica presenza urbanizzata, ma anche quelli, che casotto! Il discorso del Poetto è esemplare. È simile all’Asinara senza uomo in cui i cinghiali mettono in pericolo l’habitat. È riconducibile ai parchi vietati. E’ rapportabile agli anfiteatri, luoghi sorti per essere frequentati e ora severamente chiusi al pubblico. Tristezze dell’incapacità di urbanizzare, di saper equilibrare l’impatto dell’insediamento umano. L’uomo che mette al bando se stesso. Un suicidio sociale che va fermato. L’uomo deve valorizzare se stesso e dimostrare che è capace di essere intelligente. Almeno come gli animali che hanno alla base della loro sopravvivenza la capacità di adattarsi all’ambiente. Visti i risultati umani, un’intelligenza superiore alla nostra