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GLI AMICI SONO AMICI

Gli amici sono amici, anche quando non la pensano come te, anche quando sei convinto che stiano sbagliando, anche quando stanno dalla parte opposta. Parlando di amici, in tutti questi anni non ho mai nascosto di essere amico di Mauro Pili. Oggi ne posso parlare perché nessuno potrà dirmi che sto sostenendo la sua elezione. Anzi, molti dovranno rimangiarsi le previsioni opportunistiche che si sarebbero  dimostrate alle prime elezioni, che avrebbero costretto PIli a rivelare l’incoerenza, lasciando il campo della protesta per inseguire una nuova poltrona. Non sta succedendo questo. Tutte le lotte non avevano un secondo fine. Non starò certo ad aiutare nessuno ad analizzare la storia, a rivedere il film. Posso solo chiedere di farlo ciascuno con il proprio cervello, e non con le propagande altrui, con il metodo del “dubito (o cogito) ergo sum”. Oggi  Mauro scrive nel sito di Unidos: ”

” …Ho scelto di non esserci. L’ho scelto anni fa quando avevo tutto, quando avevo candidatura e carriera assicurata! Ho scelto di battermi per la mia terra senza secondi fini. Che piaccia o non piaccia ai miei vetusti o novelli detrattori!…”

 

In un panorama stanziale in cui la politica propone personaggi che si incollano alla poltrona, anche al costo di non fare, c’è chi la poltrona, comoda, sicura, l’ha lasciata. Per ritornare sulla terra, nella sua terra, e ripartire da un movimento, forse troppo personalizzato, certamente straoccupato da un personaggio ingombrante che lascia poco spazio, che fa tutto in prima persona,  sfruttando il ruolo, utilizzando tempo e risorse per impegnarsi al massimo, per essere dappertutto. Il paradosso. In un panorama in cui l’inoperosità ci ha portato allo sbando, l’assenza delle istituzioni ha lasciato alla deriva la società, nel caso di Mauro Pili la “colpa” è stata e probabilmente sarà, essere dappertutto, tanto da infastidire i pigri “concorrenti”. Sempre presente. “Per campagna elettorale”, giustificavano i detrattori, anche quando le elezioni erano lontane anni. Di fatto, e lo dicono anche i documenti, pochi sono stati i reali “rappresentanti” sardi nel Parlamento Italiano. Le denunce di Pili venivano tacciate di folklorismo ma poi sono diventate battaglie condotte sul campo al costo di rinunciare alla poltrona, ad una candidatura sicura che avrebbe portato alla riconferma. Si può non essere d’accordo sui modi, si può non accettare il desiderio di farsi riconoscere a tutti i costi leader, ma i fatti dicono che molti contenuti sono i temi che gravano sulla Sardegna e che Mauro ha studiato come pochi. Occupazione del territorio, continuità territoriale, stoccaggio dei rifiuti tossici… Temi circostanziati, documentati, evidentemente reali.

E sui contenuti la nostra amicizia non ha mai avuto visioni differenti. Sulle strategie per arrivare fino in fondo, certamente sì. Non potrò mai condividere la scelta di salire sulla carrozza di Forza Italia, anche se mi è stata spiegata la ragione, perché non l’avevo capita. Pili lo ha fatto quando Berlusconi rappresentava l’alternativa, anche se poi alternativa, dal mio punto di vista, non si rivelata affatto. Io aspettavo Godot, nell’altra sponda del fiume, a sinistra, con un idealismo che quando ho messo il muso fuori per provare ad applicarlo hanno tentato di immobilizzarmi e zittirmi perché dovevi stare alle logiche della politica. La scelta di uomini e amministratori avveniva con metodi feudali, con in mano il Manuale Cencelli, mai passato di moda. Bisognava accontentare gli amici, rendere il favore del voto. Vomito… Aspettavo Godot spostandomi sempre più a sinistra per evitare il catrame che rendeva il centro sempre più largo, sempre più colluso, sempre meno identitario. Sto ancora aspettando. L’unico barlume che vedo è la volontà di uomini come me di cambiare le cose. La vedo in tutto ciò che rappresenta una protesta, sia essa un movimento indipendentista, siano i militanti sotto le stelle che credono in un cambiamento,  siano gli stessi testardi militanti politici che non si arrendono all’idea di essere stati presi per il sedere. Questi li amo. E Pili è uno che ha tentato di sparigliare i poteri consolidati. Dall’interno. Ha governato poco da Presidente della Giunta ma tutti preferiscono ricordare il fantomatico programma della Regione Lombardia che avrebbe letto in aula, diffuso con straordinario “compromesso storico” da coloro della sua parte che non gradivano lo scavalco del giovane Pili, e dei nemici politici che secondo logiche da stadio non potevano che tentare di trovare motivi di denigrazione. Eppure in quel tempo Pili ha fatto. Continuità territoriale, collegamento degli invasi per la crisi idrica, i ponti della Sardegna per migliorare la viabilità… No, meglio ricordare il programma della Lombardia anche di fronte all’evidente produttività.

Oggi Pili scrive:

“Una terra violentata in lungo e in largo dallo Stato che la ripaga con mercimonio da quattro soldi, con una legge elettorale che ha cancellato le identità regionali già condizionate nel passato. Del resto la colpa, però, è anche di chi confonde il voto con il tifo. Queste sottospecie di leader che si susseguono in Sardegna sanno già che i sardi voteranno a prescindere da ciò che faranno, o molto più probabilmente non faranno, per la nostra terra. Ci sono sardi che votano per tifo, una volta a destra, una volta a sinistra, una volta le stelle una volta la padania.
In molti si innamorano di pseudo leader! Di slogan plasmati ad hoc per plasmare il popolo! Peccato che nessuno di questi, nessuno, abbia a cuore le sorti della Sardegna! Sono colonizzatori sottovuoto spinto che sbarcano in terra sarda a sbancare voti per poi usarli contro di noi. Della Sardegna non sanno niente. Giungono nella nostra isola con la logica della toccatina al cesso. Quattro parole, quattro pacche e tutti contenti. Compresi quei quattro mercenari lasciati in libertà dalla buoncostume che si vendono al miglior offerente!

Povera terra nostra senza la coscienza di un Popolo che sa reagire.

Ed è inutile pensare che i candidati anagraficamente sardi faranno la differenza. Il servilismo sarà la regola, andranno a Roma a scaldare una poltrona, riposare le corde vocali, per non disturbare il padrone! Sono elezioni contro la Sardegna! Contro le identità, contro la libertà del Popolo sardo. Candidarsi per alcuni è mera retorica, esibizionismo da infantile carrierismo, compresi coloro che perseguono fantomatiche ammucchiate elettorali, promosse da taluni personaggi che hanno maldestramente insultato, offeso e osteggiato la nostra libera battaglia per la Sardegna!

Bene fanno i pastori della nostra terra a rigettare le schede! Si preparano alla guerra, per difendere i pascoli, il latte, il formaggio, la terra arsa dalla siccità!”.

Condivido quasi tutto. Mi rimane la speranza degli uomini come me, molti dei quali impegnati ad inseguire un sogno anche in queste elezioni. Tutti coloro che ci credono. Che si adoperano per riuscire a cambiare il quadro oscuro esposto poco più in alto. Non potranno certo cambiarlo a Roma dove, anche arrivando uniti, sarebbero la minoranza della minoranza, come in qualche raro e leggendario caso, i parlamentari sardi sono stati.

Ci tenevo a dichiarare la mia amicizia, senza che nessuno potesse dire che lo sto facendo per tirare la volata a qualcuno, da galoppino o portaborse. Lo volevo dire perché non ho usato l’amicizia per far carriera, non ho mai chiesto o ricevuto un favore. Non ho sistemato nessun parente. Al limite, nei momenti di difficoltà gli ho chiesto un parere o un consiglio. E mi diceva, sbagliando, che di me non si poteva fare a meno, che era una follia farmi fuori. Ma in questo sistema tutti possono essere fatti fuori, non è il merito che paga, non è quel che fai che si ricorda. Anzi, se fai troppo, se dimostri che si può fare, dai fastidio, e vieni combattuto, anche da chi è pagato per il bene dell’azienda per la quale lavori.  È più facile distruggere che costruire. E nessuno si aspetti che qualcuno verrà a riconoscerti, dall’alto, il bene che hai fatto. Puoi avere la stima ma non il ruolo conquistato, perché è difficile operare nelle strutture in cui si è incancrinito il privilegio. Dal tuo amico a fianco, sì, ricevi ogni giorno il sostegno, il riconoscimento dei tuoi meriti. Dalla gente semplice, sì. E da persona semplice e sincera quale credo di essere volevo lanciare questo messaggio. Alla gente semplice e sincera che per fortuna ancora esiste. Perché sappiano riconoscere le maschere della gente per scoprirne il viso. Senza farsi ingannare dai mille trucchi che rendono la politica il più grande e resistente circo italiano

 

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CHI HA PAURA DI ESSERE SARDO?

Capisco i bambini che temevano il lupo cattivo. O gli uomini che temono la morte. O anche chi teme i cani o i ragni. Ma i Sardi che temono di essere sardi, mi mancava. Dovunque vai per il mondo, se incontri chi sa dove è la Sardegna, fatalmente ti dirà: “Tu sei Sardo”. Non passa nella mente di alcun straniero definire italiano chi arriva dalla Nostra Isola. Basta conoscerne la geografia se non si conosce la storia. Ciò che si conosce di più della Sardegna sono le spiagge, e va bene. Per arrivarci devi traversare il mare, nessun contatto terrestre con il Continente. Siamo abitanti di un’isola che si chiama Sardegna. Quindi, Sardi. Si stendono di lato due penisole, quella iberica a ovest e quella italiana a est, ma sono penisole. Non possiamo definirci iberici o italiani. Lo conferma anche la storia che molto prima della fondazione dell’Italia affonda le sue radici addirittura in civiltà del tutto indipendenti e autoctone. E prove archeologiche ce ne sono a migliaia. Solo nuraghi, sono circa settemila. Ci distinguiamo per caratteristiche climatiche. Addirittura abbiamo una microflora mediterranea unica, effetto della storia della nostra terra, fatta di disboscamenti, incendi, vento e aridità. Siamo annessi all’Italia solo politicamente. Sardi costretti ad appartenere all’Italia. NOn lo abbiamo mai scelto. Siamo stati ceduti come merce ai piemontesi. Utilizzati come marchio dagli stessi Savoia che poi hanno sottomesso altre porzioni d’Italia fino a creare uno Stato. Ma siamo Sardi. Chi ha paura di dirlo o anche che si dica è chi da questo matriarcato poppa e specula. Hanno paura di essere Sardi molti dei parlamentari che hanno acquisito privilegi di sistema. Hanno paura di riconoscerlo i tanti assistiti che preferiscono piangere piuttosto che rimboccarsi le maniche. Temono di perdere latte matrigno anche coloro che vivono di sovvenzioni pubbliche e tengono rigorosamente il cappello in mano e la schiena china. È inutile aver paura di essere Sardi. Lo siamo, è una fatalità, e chiunque non ha interesse diverso a farlo, ci chiamerà “sardi” e ci identificherà con i simboli caratteristici, dalle pecore quando ci vogliono offendere “secondo loro”, ai nuraghe, alle spiagge, al porchetto, a Gigi Riva. Anche Gigi Riva è Sardo. Ma non solo non ha paura a dirlo: lo ha detto lui prima di altri, con orgoglio. E non avendo paura di non essere considerato dagli italiani. Tutti a livello internazionale ci considerano “sardi”. A parte chi si è venduto l’identità credendo di potersi nascondere o di conquistare chissà quale privilegio sociale

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ERA LA MIA TERRA

Sono nato ad Assemini. Dove è nato e cresciuto mio padre. A dire il vero, lui da bambino ha vissuto anche a Grogastu, Macchiareddu. Allora si pascolavano ancora i buoi. Mi raccontava spesso dei suoi piedi scalzi e di un’economia povera, delle prime scarpe a 14 anni. Mi raccontava della guerra e delle case coloniali in mezzo a una campagna che si prestava solo al pascolo e all’agricoltura. E mi raccontava dello stagno, delle sue immense ricchezze, di una fossa coperta di frasche dove, in un determinato periodo dell’anno, bastava mandare giù un secchio per pescare le anguille. Sono nato quando ancora si poteva fare il bagno a Sant’Inesu, la spiaggia degli Asseminesi. Ora non esiste più, sbancata dai lavori di bonifica della ex Rumianca. Ricordo la campagna che pian piano veniva occupata. Inizialmente c’erano ancora i campi dove potevi cercare le monachelle tappate, i prataioli, dietro la Selpa. Il miraggio del progresso avanzava sempre più. Non più agricoltori e pastori sotto i proprietari terrieri. Non più braccianti e servi pastori. Ma di fatto un nuovo giogo. L’industria, uno stipendio, la certezza di un salario. Fu allora che cambiò la vita, cambiarono le abitudini, si cominciò a rinnegare quel popolo che tutti definivano in modo spregevole, pecorai. Assemini iniziò a gonfiarsi di cittadini. Dai 5.000 di allora ai 27.000 di oggi. Cemento come funghi. Ogni fungo, posti di lavoro per tutti, modernità, ricchezza, sicurezza. Si chiedeva di consegnarsi al nuovo padrone. Imprenditori lanciati sul mercato internazionale dai soldi dalla Cassa del Mezzogiorno e che impiantavano sul nostro territorio la base di una nuova vita. Gli veniva concesso di fare quel che volevano, l’importante è che portassero l’uniformata ricchezza della grande industria, che veniva accolta con la speranza di non vedere più partire i figli. Ciò che offriva il triangolo industriale del nord ce lo avevano portato a casa. Erano certezze, mica dover aspettare le piogge e il raccolto. Fu allora che consegnammo la nostra libertà. Non più importante la nostra terra ma il nostro stipendio. E chi poteva immaginare che non sarebbe stato “per sempre” come lo era stata la terra. Finito il foraggio pubblico. i padroni più cinici pian piano andarono via, lasciando le tracce, i resti, ruggine e veleni. Non erano imprenditori, solo predoni. Subentrò il terrore, la disoccupazione. Mantenere i posti di lavoro divenne l’imperativo, non si poteva più tornare indietro. Salvare i posti di lavoro ad ogni costo. Anche sovvenzionando aziende che non avevano futuro. Anche lasciando che risparmiassero sullo smaltimento dei rifiuti. Bastava poco per occultare. Un fosso e della terra sopra. Oppure lo stagno. L’importante era salvare le famiglie. Se ne salvarono sempre meno. Salve, sono rimaste una piccola parte delle tantissime di allora. Tante altre sono tornate a casa senza arte ne parte. Senza una prospettiva. Aspettando un sussidio. E la terra non c’è più. Inutile aspettare le piogge. Impossibile ipotizzare un raccolto. Dei tanti imprenditori arrivati in Sardegna molti si sono rivelati dei banditi. Finiti i soldi finito tutto. Lasciando macerie. Pochi sono rimasti a fare gli imprenditori con tenacia e per loro, immensa riconoscenza, tanto da chiudere un occhio di fronte al prezzo da pagare, una terra ormai martoriata. Libertà di gestire lo spazio intorno. Carta bianca e bende agli occhi. Certe pratiche sono diventate così consuetudine, imitata nel piccolo dalla cultura della discarica espressa anche dal singolo cittadino che dove trova butta, senza criterio. Una inciviltà che si è radicata, che affonda la sua filosofia in 40 anni di area industriale e che trova la sorella gemella nelle aree dei poligoni militari. Anche quelli posti di lavoro che giustificano l’abuso. Oggi il conto. Servito a chi è rimasto, a chi è rimasto seduto al tavolo senza scappare. Anche quando si è iniziato a cercare da mangiare. Per stare nel mercato. Per non arrendersi in un sistema italiano dove sopravvivere alla concorrenza internazionale è alle soglie dell’impossibile. C’è un costo da pagare. Ci sono voci che impongono il risparmio, altrimenti, non ci stai, ti arrendi, molli, licenzi. Ma sono 40 anni di inquinamento. Una pentola rimasta coperta. La dipendenza economica stringe d’assedio i poli industriali rimasti vivi. Ma i veleni nel frattempo hanno prodotto gli amari frutti. La morte invece della vita. Il seno concavo della nostra dea madre, scavato nella terra e non nella pietra. Non quello prosperoso delle antiche veneri mediterranee. La semina del veleno ha un raccolto fatto di malattie e di croci. Ha messo di fronte la tavola imbandita e il letto di morte. Sta dividendo la società diversamente unita nel pianto. Il posto di lavoro non è longevo quanto l’inquinamento prodotto. E ora è caccia al colpevole, all’ultimo rimasto, al meno cinico. A colui che è stato educato a una consuetudine che non poteva durare per sempre. E ci si chiede dove sta la giustizia. Soprattutto dove è stata finora. E ancora, se può essere giustizia, dopo tanta omertà

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IL VALORE DI UN “NO”

L’Italia non è cambiata il giorno dopo il referendum. Su questo amici come Bustiano Cumpostu non avevano torto: noi con l’Italia non c’entriamo niente. È vero. Ma mandiamo a scuola i nostri figli, paghiamo loro le tasse. Parliamo la loro lingua. O si spezza il cordone ombelicale con una sommossa, con un rifiuto totale, con una resistenza, con una guerra civile anche pacifista, oppure da questo dobbiamo partire, da una sottomissione che non vogliamo, da regole che intendiamo scrollarci di dosso. L’Italia non è cambiata e non saranno certo i Sardi a cambiarla. Il 3% dell’elettorato, costretto a subire, sempre e comunque i grandi numeri di un Paese che non è il nostro. Siamo un ingrediente che non lascia nemmeno il sapore nel melting pot italiano, in quel minestrone di culture e interessi che ne fanno una poltiglia in questo momento difficile da digerire. Non saremo noi a cambiare l’Italia. Non abbiamo fermato Renzi, come non l’avremo potuto salvare. È presuntuoso chi lo pensa. È il vero ignorante. Nessuno si illuda. Non passa attraverso noi il cambiamento dell’Italia. Nessun merito e nessuna< colpa. Basterebbe la geografia a farcelo capire, una insularità che già pone diverse condizioni di sviluppo economico e sociale. Se poi andiamo a leggere la storia, bisogna proprio essere degli idioti a non percepire la nazione differente, lingua, cultura, origini e peculiarità. L'unico risultato ottenuto dal Referendum in Sardegna è la nuova coscienza di non essere idioti come prima. Non siamo tutti accodati ai partiti. Molti sì, i più convinti, gli acculturati nelle sezioni destre o mancine che vedono nel risultato referendario il successo di questo o di quello. Ma di quale? Di una maggioranza che sarebbe tristemente rappresentata dal 27 per cento dei votanti? O di una opposizione che avrebbe una straordinaria potenza del 73 per cento? Idioti sono quelli che pensano che questi siano numeri da rapportare alle scimmiottature italiane. L'unico vero successo del referendum in Sardegna è di esserci distinti. Di aver votato diversamente dagli altri. Di non aver assolutamente riassunto le spartizioni numeriche care agli schieramenti. Molti hanno anche votato così. Così piangono e così gioiscono in modo patetico. Un massimo del 60% dei NO, in sintonia con i dati nazionali. E gli altri? Sardi. Uomini che hanno valutato il diverso impatto di una modifica costituzionale che avrebbe avallato (non cambiato) i soprusi attualmente in atto. Uomini che hanno capito di avere radici diverse, piantate in terreni diversi. Che hanno capito anche di non contare nulla in uno stato che non gli appartiene. Ma hanno votato secondo coscienza. Sbagliata? Fondata su cattive letture? Può darsi. Ma originale, frutto di una libertà che da decenni in Sardegna non si scorgeva. Un'identità che è straniera anche al Governatore della Provincia di Sardegna comandata da Roma. Capace di giustificare la sua sotto gerarchica posizione citando ad esempio la Provincia di Bolzano. Se a Bolzano ha vinto il SI, secondo il Governatore di Bananas, è perché non venivano meno le autonomie delle Regioni a Statuto Speciale. Uguali, noi e la Provincia di Bolzano. Intanto perché i rappresentanti di quella provincia non sono uomini di partiti comandati da Roma (non si senta ferito governatore perché è una fotografia). Poi, perché, da decenni difendono il loro territorio con una determinazione che non è propria di certi molluschi che abbiamo avuto al governo "autonomo" della Sardegna. Dimostrazione ne sono le diverse conquiste. Senatori della Provincia di Bolzano in numero maggiore alla Sardegna, 2 ogni 500.000 abitanti nella prospettiva di Riforma. Territorio non certo occupato da basi militari invasive, da inquinamenti speciali di ogni sorta. Lingua italiana adottata come seconda lingua, dopo il tedesco. Amministratori che si guardano bene dal tentare paragoni con realtà culturali differenti dalla loro, consapevoli di essere altro che italiani. Il valore del nostro NO è solo un'espressione di libertà che fa soffiare una consapevolezza crescente della nostra diversità culturale, economica e sociale. È solo una speranza. La base di un cambiamento che prima ci porti all'emancipazione, attraverso la scelta di uomini che rispondano alla società di appartenenza e non alle gerarchie di partito. E poi, speriamo non troppo tardi, all'indipendenza, al confronto con le altre nazioni, proponendo le ragioni della Sardegna, sviluppando le potenzialità, non separatisti ma nemmeno da cani da cortile. Da protagonisti. Per noi il referendum non conta altro. Solo per questo. Per una identità di cui si può prendere coscienza senza nessuna paura che il padrone ci faccia totò a culetto.