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CHI HA PAURA DI ESSERE SARDO?

Capisco i bambini che temevano il lupo cattivo. O gli uomini che temono la morte. O anche chi teme i cani o i ragni. Ma i Sardi che temono di essere sardi, mi mancava. Dovunque vai per il mondo, se incontri chi sa dove è la Sardegna, fatalmente ti dirà: “Tu sei Sardo”. Non passa nella mente di alcun straniero definire italiano chi arriva dalla Nostra Isola. Basta conoscerne la geografia se non si conosce la storia. Ciò che si conosce di più della Sardegna sono le spiagge, e va bene. Per arrivarci devi traversare il mare, nessun contatto terrestre con il Continente. Siamo abitanti di un’isola che si chiama Sardegna. Quindi, Sardi. Si stendono di lato due penisole, quella iberica a ovest e quella italiana a est, ma sono penisole. Non possiamo definirci iberici o italiani. Lo conferma anche la storia che molto prima della fondazione dell’Italia affonda le sue radici addirittura in civiltà del tutto indipendenti e autoctone. E prove archeologiche ce ne sono a migliaia. Solo nuraghi, sono circa settemila. Ci distinguiamo per caratteristiche climatiche. Addirittura abbiamo una microflora mediterranea unica, effetto della storia della nostra terra, fatta di disboscamenti, incendi, vento e aridità. Siamo annessi all’Italia solo politicamente. Sardi costretti ad appartenere all’Italia. NOn lo abbiamo mai scelto. Siamo stati ceduti come merce ai piemontesi. Utilizzati come marchio dagli stessi Savoia che poi hanno sottomesso altre porzioni d’Italia fino a creare uno Stato. Ma siamo Sardi. Chi ha paura di dirlo o anche che si dica è chi da questo matriarcato poppa e specula. Hanno paura di essere Sardi molti dei parlamentari che hanno acquisito privilegi di sistema. Hanno paura di riconoscerlo i tanti assistiti che preferiscono piangere piuttosto che rimboccarsi le maniche. Temono di perdere latte matrigno anche coloro che vivono di sovvenzioni pubbliche e tengono rigorosamente il cappello in mano e la schiena china. È inutile aver paura di essere Sardi. Lo siamo, è una fatalità, e chiunque non ha interesse diverso a farlo, ci chiamerà “sardi” e ci identificherà con i simboli caratteristici, dalle pecore quando ci vogliono offendere “secondo loro”, ai nuraghe, alle spiagge, al porchetto, a Gigi Riva. Anche Gigi Riva è Sardo. Ma non solo non ha paura a dirlo: lo ha detto lui prima di altri, con orgoglio. E non avendo paura di non essere considerato dagli italiani. Tutti a livello internazionale ci considerano “sardi”. A parte chi si è venduto l’identità credendo di potersi nascondere o di conquistare chissà quale privilegio sociale

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ERA LA MIA TERRA

Sono nato ad Assemini. Dove è nato e cresciuto mio padre. A dire il vero, lui da bambino ha vissuto anche a Grogastu, Macchiareddu. Allora si pascolavano ancora i buoi. Mi raccontava spesso dei suoi piedi scalzi e di un’economia povera, delle prime scarpe a 14 anni. Mi raccontava della guerra e delle case coloniali in mezzo a una campagna che si prestava solo al pascolo e all’agricoltura. E mi raccontava dello stagno, delle sue immense ricchezze, di una fossa coperta di frasche dove, in un determinato periodo dell’anno, bastava mandare giù un secchio per pescare le anguille. Sono nato quando ancora si poteva fare il bagno a Sant’Inesu, la spiaggia degli Asseminesi. Ora non esiste più, sbancata dai lavori di bonifica della ex Rumianca. Ricordo la campagna che pian piano veniva occupata. Inizialmente c’erano ancora i campi dove potevi cercare le monachelle tappate, i prataioli, dietro la Selpa. Il miraggio del progresso avanzava sempre più. Non più agricoltori e pastori sotto i proprietari terrieri. Non più braccianti e servi pastori. Ma di fatto un nuovo giogo. L’industria, uno stipendio, la certezza di un salario. Fu allora che cambiò la vita, cambiarono le abitudini, si cominciò a rinnegare quel popolo che tutti definivano in modo spregevole, pecorai. Assemini iniziò a gonfiarsi di cittadini. Dai 5.000 di allora ai 27.000 di oggi. Cemento come funghi. Ogni fungo, posti di lavoro per tutti, modernità, ricchezza, sicurezza. Si chiedeva di consegnarsi al nuovo padrone. Imprenditori lanciati sul mercato internazionale dai soldi dalla Cassa del Mezzogiorno e che impiantavano sul nostro territorio la base di una nuova vita. Gli veniva concesso di fare quel che volevano, l’importante è che portassero l’uniformata ricchezza della grande industria, che veniva accolta con la speranza di non vedere più partire i figli. Ciò che offriva il triangolo industriale del nord ce lo avevano portato a casa. Erano certezze, mica dover aspettare le piogge e il raccolto. Fu allora che consegnammo la nostra libertà. Non più importante la nostra terra ma il nostro stipendio. E chi poteva immaginare che non sarebbe stato “per sempre” come lo era stata la terra. Finito il foraggio pubblico. i padroni più cinici pian piano andarono via, lasciando le tracce, i resti, ruggine e veleni. Non erano imprenditori, solo predoni. Subentrò il terrore, la disoccupazione. Mantenere i posti di lavoro divenne l’imperativo, non si poteva più tornare indietro. Salvare i posti di lavoro ad ogni costo. Anche sovvenzionando aziende che non avevano futuro. Anche lasciando che risparmiassero sullo smaltimento dei rifiuti. Bastava poco per occultare. Un fosso e della terra sopra. Oppure lo stagno. L’importante era salvare le famiglie. Se ne salvarono sempre meno. Salve, sono rimaste una piccola parte delle tantissime di allora. Tante altre sono tornate a casa senza arte ne parte. Senza una prospettiva. Aspettando un sussidio. E la terra non c’è più. Inutile aspettare le piogge. Impossibile ipotizzare un raccolto. Dei tanti imprenditori arrivati in Sardegna molti si sono rivelati dei banditi. Finiti i soldi finito tutto. Lasciando macerie. Pochi sono rimasti a fare gli imprenditori con tenacia e per loro, immensa riconoscenza, tanto da chiudere un occhio di fronte al prezzo da pagare, una terra ormai martoriata. Libertà di gestire lo spazio intorno. Carta bianca e bende agli occhi. Certe pratiche sono diventate così consuetudine, imitata nel piccolo dalla cultura della discarica espressa anche dal singolo cittadino che dove trova butta, senza criterio. Una inciviltà che si è radicata, che affonda la sua filosofia in 40 anni di area industriale e che trova la sorella gemella nelle aree dei poligoni militari. Anche quelli posti di lavoro che giustificano l’abuso. Oggi il conto. Servito a chi è rimasto, a chi è rimasto seduto al tavolo senza scappare. Anche quando si è iniziato a cercare da mangiare. Per stare nel mercato. Per non arrendersi in un sistema italiano dove sopravvivere alla concorrenza internazionale è alle soglie dell’impossibile. C’è un costo da pagare. Ci sono voci che impongono il risparmio, altrimenti, non ci stai, ti arrendi, molli, licenzi. Ma sono 40 anni di inquinamento. Una pentola rimasta coperta. La dipendenza economica stringe d’assedio i poli industriali rimasti vivi. Ma i veleni nel frattempo hanno prodotto gli amari frutti. La morte invece della vita. Il seno concavo della nostra dea madre, scavato nella terra e non nella pietra. Non quello prosperoso delle antiche veneri mediterranee. La semina del veleno ha un raccolto fatto di malattie e di croci. Ha messo di fronte la tavola imbandita e il letto di morte. Sta dividendo la società diversamente unita nel pianto. Il posto di lavoro non è longevo quanto l’inquinamento prodotto. E ora è caccia al colpevole, all’ultimo rimasto, al meno cinico. A colui che è stato educato a una consuetudine che non poteva durare per sempre. E ci si chiede dove sta la giustizia. Soprattutto dove è stata finora. E ancora, se può essere giustizia, dopo tanta omertà

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IL VALORE DI UN “NO”

L’Italia non è cambiata il giorno dopo il referendum. Su questo amici come Bustiano Cumpostu non avevano torto: noi con l’Italia non c’entriamo niente. È vero. Ma mandiamo a scuola i nostri figli, paghiamo loro le tasse. Parliamo la loro lingua. O si spezza il cordone ombelicale con una sommossa, con un rifiuto totale, con una resistenza, con una guerra civile anche pacifista, oppure da questo dobbiamo partire, da una sottomissione che non vogliamo, da regole che intendiamo scrollarci di dosso. L’Italia non è cambiata e non saranno certo i Sardi a cambiarla. Il 3% dell’elettorato, costretto a subire, sempre e comunque i grandi numeri di un Paese che non è il nostro. Siamo un ingrediente che non lascia nemmeno il sapore nel melting pot italiano, in quel minestrone di culture e interessi che ne fanno una poltiglia in questo momento difficile da digerire. Non saremo noi a cambiare l’Italia. Non abbiamo fermato Renzi, come non l’avremo potuto salvare. È presuntuoso chi lo pensa. È il vero ignorante. Nessuno si illuda. Non passa attraverso noi il cambiamento dell’Italia. Nessun merito e nessuna< colpa. Basterebbe la geografia a farcelo capire, una insularità che già pone diverse condizioni di sviluppo economico e sociale. Se poi andiamo a leggere la storia, bisogna proprio essere degli idioti a non percepire la nazione differente, lingua, cultura, origini e peculiarità. L'unico risultato ottenuto dal Referendum in Sardegna è la nuova coscienza di non essere idioti come prima. Non siamo tutti accodati ai partiti. Molti sì, i più convinti, gli acculturati nelle sezioni destre o mancine che vedono nel risultato referendario il successo di questo o di quello. Ma di quale? Di una maggioranza che sarebbe tristemente rappresentata dal 27 per cento dei votanti? O di una opposizione che avrebbe una straordinaria potenza del 73 per cento? Idioti sono quelli che pensano che questi siano numeri da rapportare alle scimmiottature italiane. L'unico vero successo del referendum in Sardegna è di esserci distinti. Di aver votato diversamente dagli altri. Di non aver assolutamente riassunto le spartizioni numeriche care agli schieramenti. Molti hanno anche votato così. Così piangono e così gioiscono in modo patetico. Un massimo del 60% dei NO, in sintonia con i dati nazionali. E gli altri? Sardi. Uomini che hanno valutato il diverso impatto di una modifica costituzionale che avrebbe avallato (non cambiato) i soprusi attualmente in atto. Uomini che hanno capito di avere radici diverse, piantate in terreni diversi. Che hanno capito anche di non contare nulla in uno stato che non gli appartiene. Ma hanno votato secondo coscienza. Sbagliata? Fondata su cattive letture? Può darsi. Ma originale, frutto di una libertà che da decenni in Sardegna non si scorgeva. Un'identità che è straniera anche al Governatore della Provincia di Sardegna comandata da Roma. Capace di giustificare la sua sotto gerarchica posizione citando ad esempio la Provincia di Bolzano. Se a Bolzano ha vinto il SI, secondo il Governatore di Bananas, è perché non venivano meno le autonomie delle Regioni a Statuto Speciale. Uguali, noi e la Provincia di Bolzano. Intanto perché i rappresentanti di quella provincia non sono uomini di partiti comandati da Roma (non si senta ferito governatore perché è una fotografia). Poi, perché, da decenni difendono il loro territorio con una determinazione che non è propria di certi molluschi che abbiamo avuto al governo "autonomo" della Sardegna. Dimostrazione ne sono le diverse conquiste. Senatori della Provincia di Bolzano in numero maggiore alla Sardegna, 2 ogni 500.000 abitanti nella prospettiva di Riforma. Territorio non certo occupato da basi militari invasive, da inquinamenti speciali di ogni sorta. Lingua italiana adottata come seconda lingua, dopo il tedesco. Amministratori che si guardano bene dal tentare paragoni con realtà culturali differenti dalla loro, consapevoli di essere altro che italiani. Il valore del nostro NO è solo un'espressione di libertà che fa soffiare una consapevolezza crescente della nostra diversità culturale, economica e sociale. È solo una speranza. La base di un cambiamento che prima ci porti all'emancipazione, attraverso la scelta di uomini che rispondano alla società di appartenenza e non alle gerarchie di partito. E poi, speriamo non troppo tardi, all'indipendenza, al confronto con le altre nazioni, proponendo le ragioni della Sardegna, sviluppando le potenzialità, non separatisti ma nemmeno da cani da cortile. Da protagonisti. Per noi il referendum non conta altro. Solo per questo. Per una identità di cui si può prendere coscienza senza nessuna paura che il padrone ci faccia totò a culetto.

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INDIPENDENTISTA DA CORTILE

Mi chiedo che senso abbia essere indipendentista per nutrire un idealismo fine a se stesso? Eppure anche questo dobbiamo superare. L’idea che il mio indipendentismo sia più grosso di quello di un altro indipendentista. Indipendentismo da cortile, da 4%. O indipendentismo nobile, da classisti con la puzza sotto il naso. Non cambia. Cortile e puzza sotto il naso sono limiti insuperabili. Diventare indipendenti passa dal convincere chi non è ancora indipendentista della bontà del progetto. Per portare il 4% al 20, al 30, al 70. Per l’indipendenza non posso scartare il voto o la partecipazione di chi in precedenza ha votato Forza Italia. Non posso scartare neanche chi ha votato comunista. E nemmeno chi ha votato MSI. Per l’indipendenza è necessario superare le posizioni dei Savonarola che richiamano il loro sangue blu, il loro DNA ereditario che li rende élite, classe eletta ma anche minoranza della minoranza. L’indipendentismo è uno stato sociale che nella società deve avere fondamento. Deve convertire, deve evangelizzare. Deve portare i “peccatori” dei partiti italiani a capire che possono avere simili partiti sardi, ma in una nazione che abbia identità diversa. È inutile, è frustrante, è comico, è triste, è povero, è misero rivendicare la paternità di un figlio che per ora è solo seme da masturbazione. L’ovulo da fecondare è la società e bisogna avere spermatozoi capaci di attecchire per riuscire a far nascere i figli di un’idea che non deve rimanere esercizio cerebrale. Assistere al teatrino del “ce l’ho più grande e più duro” fa specie. Allontana invece di avvicinare. Divide invece di unire. Sparpaglia e disperde malgrado il tempo e la storia ci dicano che l’indipendenza è questione di sopravvivenza. Non sono nato indipendente e solo chi come me farà una strada simile alla mia per cambiare idea, per capire, attraverso una logica analisi potrà dare un apporto superiore, potrà far crescere il movimento, potrà avvicinare l’indipendenza alla realtà. Non certo subendo il giudizio delle caste elette che sputano sul passato della gente, che rivendicano purezza. Chi sa crescere è necessario che sappia cambiare. Chi non sa cambiare non saprà mai crescere. Conserverà il suo reame. Un cortile di pochi eletti che acclamerà il re dei perdenti. Di un popolo magro e sconsacrato, destinato a rimanere nelle periferie di governo. Anche nel governo, costretto a rosicchiare l’osso del padrone che mosso a pietà ha voluto accontentare con il trucco, il proprio malaffare.

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LEADERISMO E INDIPENDENTISMO

“Leaderismo” è un termine coniato nel 1990 per definire il “comportamento da leader, atteggiamento di supremazia proprio dei capi di un partito, di un’industria ecc”. “Leaderismo” in questo caso lo uso per definire il desiderio di dominio che caratterizza i movimenti indipendentisti sardi l’uno sull’altro, statista su statista. Dominio benevolo che nasce dalla purezza del proprio essere e dalla relativa autoconsiderazione. Dominio basato su sani principi non su malsani e speculativi progetti. Movimenti di pensiero che perfezionano e affinano un precedente pensiero originario. Tutti vogliono essere leader, ruolo al quale hanno compromettenti difficoltà a rinunciare. Tutti leader di filosofie di pensiero che differiscono in sostanziali contenuti e che il più delle volte hanno un solo elemento comune: “con quell’altro non ci posso stare”, puntualizzandone ragioni personali o politiche. Leaderismo è quindi quella filosofia politica che in Sardegna porta ad avere tanti leader e un numero di “gregari” insufficienti a governare. Essere leader dovrebbe essere gratificante non nell’autocelebrazione di se stessi, non nell’essere a capo di un selettivo movimento di pensiero, ma nel diventare il rappresentante dell’indipendenza, legittimato e reso autorevole dal consenso della maggioranza, di un concreto riconoscimento democratico. Il “concreto” in questo caso, dovrebbe essere l’indipendenza. Che non c’è. Quindi, finché non ci sarà indipendenza il leaderismo è una masturbazione politica. Si è leader di quella che rimane un’utopia. Credo che sia proprio questo il passaggio sul quale concentrare la nostra attenzione, sia qui la ragione che ciascun leader deve trovare. Per essere leader indipendentisti dobbiamo essere indipendenti. Quindi, tracciamo il campo dove giocarci il ruolo di leader. Dove essere leader. Conquistiamo prioritariamente l’indipendenza e poi ci giochiamo la leadership di uno stato finalmente esistente. Vuole essere questa una proposta concreta. Alle prossime elezioni lista di soli leader, che possono essere leader anche di settori sociali e culturali, personaggi forti che pongono come condizione costituente l’indipendenza della Sardegna. Un’unica lista dove dirottare tutti i voti. Un fronte indipendentista che si distingua dal fronte colonizzatore. Lavorare tutti insieme, ma anche ciascuno il proprio orticello, perché la lista abbia i voti per la maggioranza. Lavorare per riconoscere il leader più forte che avrà il timone in mano. Colui che colleziona più preferenze, come avviene in qualsiasi lista. Accordo di programma basilare: creare la costituente dello Stato Indipendente di Sardegna, da governatori legittimi dell’Isola. Quando poi tutto sarà realizzato i leader rappresenteranno le diverse correnti di pensiero nell’ambito della Nazione Sardegna. Ognuno potrà portare il proprio movimento alle elezioni per governare la Sardegna. Senza il guinzaglio legato allo stivale.