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LETTERA APERTA (di Federico Ventagliò)

Ospito nel mio blog la lettera di Federico Ventagliò, al centro di una vicenda che coinvolge le Autorità Religiose. Essendo Federico un ragazzo che fa tutto con grande impegno e passione, ritengo che arrivare a chiarire definitivamente la faccenda per portargli pace nell’animo, sia fondamentale. Per questo pubblico con speranza. Perché la verità vinca su tutti gli aspetti non chiariti, anno dopo anno. (Vittorio Sanna)

 

“Colgo l’occasione per ringraziare tutti coloro che mi hanno portato parole di conforto e una mano d’aiuto per rendere pubblico quello che ad oggi, senza una spiegazione ufficiale, appare come  un abuso di potere che il Vescovo Zedda ha perpetrato ai miei danni, incurante dei sacrifici e dei risparmi di una intera vita della mia famiglia per farmi studiare in Seminario. Il sacerdozio resta un dono, una disponibilità e non un diritto, come ho sempre detto… Ma perché riversare tutta questa indifferenza e tutta questa omertà nei miei confronti e nei confronti della mia famiglia, arrivando al punto di dichiarare persino versioni opposte all’Ansa, rispetto alle prove scritte in mio possesso, nel tentativo di salvare solo la sua  immagine e danneggiare la mia? Perché negarmi una spiegazione di questi suoi comportamenti? Mi chiedo con che coraggio, con che spirito, questa domenica il Vescovo possa recarsi nella mia parrocchia per impartire le cresime, dal momento che è stato spogliato della sua credibilità e della sua autorità nel momento in cui ho portato alla luce tutti i suoi contraddittori atteggiamenti nei miei confronti (ho atteso sette lunghi anni prima di rendere pubblica la vicenda, confidando che potesse trovarsi una soluzione da persone educate e corrette). .

Voglio inoltre mettere in evidenza che le dimissioni del nostro ex parroco, Don Giorgio, si sono svolte con una prassi tutt’altro che ordinaria dal momento che è consuetudine che il vescovo presieda a tale evento, viene letto il documento ufficiale attraverso il quale il vescovo accetta le dimissioni, non si e` verificato nulla di tutto questo… Quasi come se Don Giorgio volesse chiamarsi fuori o scappare da qualcosa che lo turbava. Confido sempre che il nostro buon Vescovo possa prendere atto dei propri errori e chiedere perdono a me e alla mia famiglia perché posso garantire per certo che continuerò a rendere sempre pubblica questa vicenda che, da parte mia, non sarà mai chiusa. Non è concepibile che i sacrifici miei, negli studi e quelli dei miei genitori, una vita nell’agricoltura, siano demoliti e vanificati da una persona che ha deciso SENZA MOTIVO, ripeto, senza motivo, di farlo. Non avendo avuto subito il coraggio e la trasparenza di dirmi:” Guarda, in coscienza non ti ordino” iniziando a usare il tempo come arma. a fare il temporeggiatore, come il Console romano dal 275 A.C al 203 A.C., Quinto Fabio Massimo. Ha bypassato completamente i giudizi positivi del Seminario, di cui nella mia pagina facebook abbiamo testimonianza scritta del rettore, che garantisce per il buon parere anche dei parroci di pastorale, ha ignorato il parere positivo di Casa Emmaus, di cui abbiamo testimonianza della dottoressa Giovanna Grillo nell`inchiesta della bloggerista Francesca Marongiu. Mi ha inviato a Roma, con tutta una tattica che va spiegata: dove risiedevo, nell`Istituto della Congregazione Gesu` Sacerdote (guarda caso infatti, il nome), non aprono le porte ai laici. Per spiegarlo bene: non affittano le camere a chiunque. Accolgono solo preti, spesso per motivi di studio o un periodo di riposo, oppure preti in momenti di difficoltà, e il loro carisma, la loro missione, e` aiutare i preti in difficoltà. Questo significa che, o il vescovo ha mentito al Padre Superiore di Roma di quell`anno, oppure, peggio ancora, erano consapevoli di una ragione che ancora non mi è stata resa. Va precisato che ci sono ad esempio case gestite dalle suore a Roma, che sono autentici Bed&Breakfast, dove si paga 35 euro per notte e colazione, poi ad esempio possono fare prezzi di favore a preti e seminaristi scendendo a 25 euro, e fino anche a 16 euro al giorno per lunghi periodi. Non e` questo il caso della Parrocchia di San Cleto, dove vi era ragione che potessi essere accolto soltanto in vista Sacerdozio, senza deroga alcuna.  Precisiamo che mi veniva chiesto un contributo di 500 euro al mese, neanche tantissimo visti gli standard di Roma, e si assicurano in anticipo di come una persona riesca a pagare. Bene, il vescovo aveva garantito a loro e a me di pagare lui la metà. Lo ha fatto i primi due mesi, poi mai più. Nella lettera a me indirizzata che cita all`Ansa scrive: “…ti dissi che non sapevo se potevo sostenerlo con regolarita`” . Che spieghi allora da cosa gli dipendeva questo dubbio. Tutte dimostrazioni che quella lettera e` un giro di parole, confidando nella sicurezza del fatto che mai nessuno potesse avere il coraggio di metter in discussione la versione di un vescovo.

Non esiste, né in Cielo né in Terra. Sbagliare è umano e la porta di casa mia è sempre aperta qualora il Vescovo voglia umilmente chiedere perdono di tutto il male   che ha arrecato alla mia famiglia, così come il perdono è indicato da Dio.”

FEDERICO VENTAGLIO’

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LA SARDEGNA È SEMPRE QUI

Un voto che va letto sociologicamente invece che politicamente, che deve interpretare il pensiero della maggioranza dei Sardi. L’esito fresco fresco delle elezioni politiche italiane sono una verifica degli umori e delle prospettive sarde. Un verdetto è certo. I vecchi vassalli che finora hanno assecondato i colonizzatori della penisola sono usciti dalle urne con le ossa rotte. Hanno tentato anche stavolta di ripetere le solite tiritere, di incutere le ataviche paure di abbandono, di deriva, di confusione e anarchia. La maggior parte dei sardi non ci crede più.  Il plebiscito per le cinque stelle è una prova eloquente della posizione di rifiuto delle solite politiche italiane che si continuano a subire. Ne destra ne sinistra hanno saputo caratterizzare l’autonomia sarda, facendola diventare una vuota dichiarazione di intenti atta a ingannare gli abitanti dell’Isola. Lo dimostra il risultato interno al cartello di centro destra, dove si preferisce una contraddizione come il legame tra Lega e Partito Sardo d’Azione  a partiti come Forza Italia. Nel meno peggio in cui ci si barcamena, si è tornati a votare per indicare chi ancora non ci ha tentato. Un dato di fatto che va a braccetto con l’incertezza e la confusione. È per ora più una protesta e una ribellione che una strada tracciata con chiarezza verso una quotidianità migliore. Sui temi, la Sardegna deve ritrovare la sua compattezza, stando attenta a non affidarsi al politicante in carriera che veste certi panni solo per arrivare alla propria sistemazione. Personaggi che di solito hanno fretta di sistemarsi, prima di essere smascherati. In questo senso non saranno certo i 25 posti in parlamento a ridare la forza alla nostra isola. I posti assegnati sono in larga parte un obiettivo individuale, mire personali che non sono certo utili alla causa della Sardegna.  C’è un’Isola che è stanca e che chiede di trovare una guida, che non vuol dire un re o un imperatore. Vuol dire una direzione. Non basta un telaio appena abbozzato e un autista che spinge a pedali. Ci vuole un solido e condiviso programma, una valorizzazione delle competenze migliori. Non solo dei bravi incantatori.  E tutto sommato il bisogno sardo sembra essere ancora confuso nei modi ma chiaro negli intenti, come quello italiano. Ci si affida a volti nuovi che stanno imparando a dialogare. Che devono dialogare, come devono dimostrare ora di saper fare, perché di chi sa parlare ne abbiamo i parlamenti pieni. Si tratta di dare vita a quelle strategie economiche e fiscali a livello locale che sono state promesse. E con chi le metterà in pratica discutere diversamente e con pari dignità di cosa debba essere la caratterizzazione e la conseguente valorizzazione del nostro territorio. Senza dover rispondere signorsì, scartando chi questo lo sa fare pur di arrivare all’obiettivo posto, anche tradendo. C’è da guardarsi in faccia e riconoscersi. Aldilà delle evidenti divisioni, oggi in Sardegna la maggioranza ha detto basta alle solite botteghe politiche. Preferendo il rischio di anarchia alla certezza dell’oligarchia, del privilegio di pochi a discapito della base sociale.

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Di mensa, tempo pieno e altre questioni

Nato, cresciuto, residente ad Assemini. Cittadino attivo solo per ciò che ritengo utile. Meno chiacchiere e più ascolto. Mi rendo conto che è troppo facile per me rispondere al profilo esposto a brevi tratti. Chiacchiere ne faccio per mestiere intorno al calcio. Parole ne spendo esageratamente per raccontarlo. E poi la fantasia. Mi piace usarla per costruire piroette di racconti, metafore e parallelismi, per fotografare il mondo visto dalla mia finestra. A scuola, nel mio bel mestiere, i fronzoli sono utili a creare la comunicazione, gruppo, squadra, sintonia. A tracciare percorsi sempre diversi con unico obiettivo: fare uscire tutti gli alunni dalla stessa porta e con una direzione tracciata. Con la speranza che il loro satellitare non li tradisca, qualsiasi sia l’ambizione, piccola o grande. L’importante che sia onesta e con valori sociali solidi. Non sempre si riesce e i fallimenti per un insegnante passionale sono  dietro l’angolo, soffre sempre per i suoi alunni, anche dopo decenni,  perché il suo mondo è strettamente dipendente da quei figli che la società gli ha affidato. Bella e grande responsabilità. Fare gli insegnanti è complicato quanto fare i genitori. La differenza eventuale tra gli uni e gli altri dipende dalla dose di egoismo, menefreghismo, egocentrismo che si mescola ogni giorno nel tuo fare. Più sei egocentrico e più la colpa è degli altri. Più sei egoista e tanto meno gli altri esistono. Più sei menefreghista e ti assolvi dei consapevoli peccati. Da una parte e dall’altra. Giudicare il compito altrui in questi casi diventa uno sport senza il rischio di perdere. Tutti possono pensare di fare i genitori e di dare i giusti consigli se non possono più dare “cattivo esempio”, direbbe De Andrè. Tutti possono pensare di fare gli insegnanti, d’altronde la scuola è tanto elementare e primaria che la sanno fare anche i bambini. In questo mondo mi piacerebbe fare una riflessione a voce alta. Tempo pieno. Ci lavoro da oltre un decennio. Paragono con il precedente ventennio. Mi accorgo che il risultato scolastico finale (al termine della quinta) è delegato in modo minore alla famiglia. Se la famiglia è buona educatrice, difficilmente il bambino non apprende. Ma se la famiglia ha delle lacune, il compito di tentare di colmare le differenze è dell’insegnante. Più tempo ha a disposizione la scuola e più può incidere nella formazione del bambino.  Deve tarare il suo intervento in una modalità diversa rispetto a chi frequenta 27 ore e non 40, un terzo di differenza. Quel terzo di differenza dovrebbe essere la parte di “compiti a casa” che invece di essere fatti a casa si traducono in maggiori opportunità formative. A casa deve arrivare il bambino con graduali nuove abitudini, da conquistare in 5 anni. Non entro nello specifico, ma sono convinto di ciò che affermo dai risultati che verifico nelle scuole a seguire. L’unica verifica credibile della nostra attività: ciò che rimane in termini educativi e formativi a distanza di tanti anni. Mi emoziona sempre incontrare un ex alunno ormai papà e vedergli luccicare gli occhi come quando era bambino. Anche sotto la barba. Del tempo pieno sono paladino che ne difende i princìpi,  perché in questo ultimo decennio mi sembra (aspetterò la sistemazione finale) di aver innalzato il livello dell'”ultimo” (tra virgolette) della classe, il vero parametro di riferimento, perché i “bravi” (ancora tra virgolette) sarebbero stati bravi con chiunque. Le virgolette significano che i bravi e gli ultimi non esistono. Tanti ultimi ho visto diventare più bravi dei bravi, perché forgiati e abituati a faticare, soffrire e lavorare. Per il tempo pieno è necessaria la mensa. Argomento amaro. Anche il rapporto con il pasto è educazione. Il cibo non è solo “piacere”. È anche necessità di alimentarsi correttamente. Non si può mangiare solo ciò che piace; è necessario provare a mangiare anche ciò che ancora non piace. Molte volte non si mangia ciò che non si conosce. In cinque anni, compito dell’insegnante è anche far conoscere, migliorare il rapporto con il cibo. E anche in questo senso mi sento di dire che l’insegnante può ottenere grandi conquiste. Soprattutto se i suoi alunni mangiano e non solo guardano. In prima sono la maggior parte quelli che guardano e non mangiano. La loro diffidenza è totale. In seconda sono già di meno perché qualcuno ha ceduto all’idea di assaggiare (il patto delle tre forchettate) scoprendo che quel cibo sconosciuto e bruttissimo da vedere in fin dei conti si poteva anche mangiare, senza esagerare. In terza rimangono dietro solo quelli che continuano solo a guardare. Rischi di portarteli fino alla quinta, senza che abbiano mai provato ad assaggiare tutto. Qualcosa sì, ma con diffidenza. Solo per compromesso con l’insegnante che non può certo obbligarli a mangiare per forza. Tutto questo deve poi fare i conti con lo chef. Mi verrebbe da dire che sarebbe bello un concorso di Master Chef aperto ai genitori in cui, dai i cibi della dieta stabilita dalla Asl, considerati gli ingredienti, si dia la possibilità di preparare il menù. Fosse possibile addirittura preparare i pasti e verificare la bontà (gustosa) dei piatti.  Fosse anche possibile presentare i piatti in modo più accattivante (anche l’occhio vuole la sua parte e non va d’accordo con la fretta e con gli orari ridotti degli operatori). Anche tra le mense poi ci sono chef diversi, alcuni che fanno cose più buone di altri con gli stessi ingredienti. Ma degli ingredienti è importante la bontà e la quantità. I due elementi che non possono assolutamente essere traditi. Vanno seriamente controllati. Chiaro che incide il costo, la corsa al ribasso, il prezzo. Ma devono essere comunque di qualità e quantità minima contrattualizzata.  Non possono prescindere in nessun caso perché da loro dipende la salute e la crescita dei bambini. Se mangiano. Se non mangiano poco conta la qualità degli ingredienti e la relativa quantità. Mentre non viene stabilito granché in fatto di capacità degli chef.

Ecco. In sintesi. Il tempo pieno non è solo mangiare alla mensa. Mangiare alla mensa non è un momento ricreativo ma formativo. Parlare di tempo pieno e di mensa non  è solo una questione di propaganda politica o addirittura di campagna elettorale

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GLI AMICI SONO AMICI

Gli amici sono amici, anche quando non la pensano come te, anche quando sei convinto che stiano sbagliando, anche quando stanno dalla parte opposta. Parlando di amici, in tutti questi anni non ho mai nascosto di essere amico di Mauro Pili. Oggi ne posso parlare perché nessuno potrà dirmi che sto sostenendo la sua elezione. Anzi, molti dovranno rimangiarsi le previsioni opportunistiche che si sarebbero  dimostrate alle prime elezioni, che avrebbero costretto PIli a rivelare l’incoerenza, lasciando il campo della protesta per inseguire una nuova poltrona. Non sta succedendo questo. Tutte le lotte non avevano un secondo fine. Non starò certo ad aiutare nessuno ad analizzare la storia, a rivedere il film. Posso solo chiedere di farlo ciascuno con il proprio cervello, e non con le propagande altrui, con il metodo del “dubito (o cogito) ergo sum”. Oggi  Mauro scrive nel sito di Unidos: ”

” …Ho scelto di non esserci. L’ho scelto anni fa quando avevo tutto, quando avevo candidatura e carriera assicurata! Ho scelto di battermi per la mia terra senza secondi fini. Che piaccia o non piaccia ai miei vetusti o novelli detrattori!…”

 

In un panorama stanziale in cui la politica propone personaggi che si incollano alla poltrona, anche al costo di non fare, c’è chi la poltrona, comoda, sicura, l’ha lasciata. Per ritornare sulla terra, nella sua terra, e ripartire da un movimento, forse troppo personalizzato, certamente straoccupato da un personaggio ingombrante che lascia poco spazio, che fa tutto in prima persona,  sfruttando il ruolo, utilizzando tempo e risorse per impegnarsi al massimo, per essere dappertutto. Il paradosso. In un panorama in cui l’inoperosità ci ha portato allo sbando, l’assenza delle istituzioni ha lasciato alla deriva la società, nel caso di Mauro Pili la “colpa” è stata e probabilmente sarà, essere dappertutto, tanto da infastidire i pigri “concorrenti”. Sempre presente. “Per campagna elettorale”, giustificavano i detrattori, anche quando le elezioni erano lontane anni. Di fatto, e lo dicono anche i documenti, pochi sono stati i reali “rappresentanti” sardi nel Parlamento Italiano. Le denunce di Pili venivano tacciate di folklorismo ma poi sono diventate battaglie condotte sul campo al costo di rinunciare alla poltrona, ad una candidatura sicura che avrebbe portato alla riconferma. Si può non essere d’accordo sui modi, si può non accettare il desiderio di farsi riconoscere a tutti i costi leader, ma i fatti dicono che molti contenuti sono i temi che gravano sulla Sardegna e che Mauro ha studiato come pochi. Occupazione del territorio, continuità territoriale, stoccaggio dei rifiuti tossici… Temi circostanziati, documentati, evidentemente reali.

E sui contenuti la nostra amicizia non ha mai avuto visioni differenti. Sulle strategie per arrivare fino in fondo, certamente sì. Non potrò mai condividere la scelta di salire sulla carrozza di Forza Italia, anche se mi è stata spiegata la ragione, perché non l’avevo capita. Pili lo ha fatto quando Berlusconi rappresentava l’alternativa, anche se poi alternativa, dal mio punto di vista, non si rivelata affatto. Io aspettavo Godot, nell’altra sponda del fiume, a sinistra, con un idealismo che quando ho messo il muso fuori per provare ad applicarlo hanno tentato di immobilizzarmi e zittirmi perché dovevi stare alle logiche della politica. La scelta di uomini e amministratori avveniva con metodi feudali, con in mano il Manuale Cencelli, mai passato di moda. Bisognava accontentare gli amici, rendere il favore del voto. Vomito… Aspettavo Godot spostandomi sempre più a sinistra per evitare il catrame che rendeva il centro sempre più largo, sempre più colluso, sempre meno identitario. Sto ancora aspettando. L’unico barlume che vedo è la volontà di uomini come me di cambiare le cose. La vedo in tutto ciò che rappresenta una protesta, sia essa un movimento indipendentista, siano i militanti sotto le stelle che credono in un cambiamento,  siano gli stessi testardi militanti politici che non si arrendono all’idea di essere stati presi per il sedere. Questi li amo. E Pili è uno che ha tentato di sparigliare i poteri consolidati. Dall’interno. Ha governato poco da Presidente della Giunta ma tutti preferiscono ricordare il fantomatico programma della Regione Lombardia che avrebbe letto in aula, diffuso con straordinario “compromesso storico” da coloro della sua parte che non gradivano lo scavalco del giovane Pili, e dei nemici politici che secondo logiche da stadio non potevano che tentare di trovare motivi di denigrazione. Eppure in quel tempo Pili ha fatto. Continuità territoriale, collegamento degli invasi per la crisi idrica, i ponti della Sardegna per migliorare la viabilità… No, meglio ricordare il programma della Lombardia anche di fronte all’evidente produttività.

Oggi Pili scrive:

“Una terra violentata in lungo e in largo dallo Stato che la ripaga con mercimonio da quattro soldi, con una legge elettorale che ha cancellato le identità regionali già condizionate nel passato. Del resto la colpa, però, è anche di chi confonde il voto con il tifo. Queste sottospecie di leader che si susseguono in Sardegna sanno già che i sardi voteranno a prescindere da ciò che faranno, o molto più probabilmente non faranno, per la nostra terra. Ci sono sardi che votano per tifo, una volta a destra, una volta a sinistra, una volta le stelle una volta la padania.
In molti si innamorano di pseudo leader! Di slogan plasmati ad hoc per plasmare il popolo! Peccato che nessuno di questi, nessuno, abbia a cuore le sorti della Sardegna! Sono colonizzatori sottovuoto spinto che sbarcano in terra sarda a sbancare voti per poi usarli contro di noi. Della Sardegna non sanno niente. Giungono nella nostra isola con la logica della toccatina al cesso. Quattro parole, quattro pacche e tutti contenti. Compresi quei quattro mercenari lasciati in libertà dalla buoncostume che si vendono al miglior offerente!

Povera terra nostra senza la coscienza di un Popolo che sa reagire.

Ed è inutile pensare che i candidati anagraficamente sardi faranno la differenza. Il servilismo sarà la regola, andranno a Roma a scaldare una poltrona, riposare le corde vocali, per non disturbare il padrone! Sono elezioni contro la Sardegna! Contro le identità, contro la libertà del Popolo sardo. Candidarsi per alcuni è mera retorica, esibizionismo da infantile carrierismo, compresi coloro che perseguono fantomatiche ammucchiate elettorali, promosse da taluni personaggi che hanno maldestramente insultato, offeso e osteggiato la nostra libera battaglia per la Sardegna!

Bene fanno i pastori della nostra terra a rigettare le schede! Si preparano alla guerra, per difendere i pascoli, il latte, il formaggio, la terra arsa dalla siccità!”.

Condivido quasi tutto. Mi rimane la speranza degli uomini come me, molti dei quali impegnati ad inseguire un sogno anche in queste elezioni. Tutti coloro che ci credono. Che si adoperano per riuscire a cambiare il quadro oscuro esposto poco più in alto. Non potranno certo cambiarlo a Roma dove, anche arrivando uniti, sarebbero la minoranza della minoranza, come in qualche raro e leggendario caso, i parlamentari sardi sono stati.

Ci tenevo a dichiarare la mia amicizia, senza che nessuno potesse dire che lo sto facendo per tirare la volata a qualcuno, da galoppino o portaborse. Lo volevo dire perché non ho usato l’amicizia per far carriera, non ho mai chiesto o ricevuto un favore. Non ho sistemato nessun parente. Al limite, nei momenti di difficoltà gli ho chiesto un parere o un consiglio. E mi diceva, sbagliando, che di me non si poteva fare a meno, che era una follia farmi fuori. Ma in questo sistema tutti possono essere fatti fuori, non è il merito che paga, non è quel che fai che si ricorda. Anzi, se fai troppo, se dimostri che si può fare, dai fastidio, e vieni combattuto, anche da chi è pagato per il bene dell’azienda per la quale lavori.  È più facile distruggere che costruire. E nessuno si aspetti che qualcuno verrà a riconoscerti, dall’alto, il bene che hai fatto. Puoi avere la stima ma non il ruolo conquistato, perché è difficile operare nelle strutture in cui si è incancrinito il privilegio. Dal tuo amico a fianco, sì, ricevi ogni giorno il sostegno, il riconoscimento dei tuoi meriti. Dalla gente semplice, sì. E da persona semplice e sincera quale credo di essere volevo lanciare questo messaggio. Alla gente semplice e sincera che per fortuna ancora esiste. Perché sappiano riconoscere le maschere della gente per scoprirne il viso. Senza farsi ingannare dai mille trucchi che rendono la politica il più grande e resistente circo italiano