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IL VALORE DI UN “NO”

L’Italia non è cambiata il giorno dopo il referendum. Su questo amici come Bustiano Cumpostu non avevano torto: noi con l’Italia non c’entriamo niente. È vero. Ma mandiamo a scuola i nostri figli, paghiamo loro le tasse. Parliamo la loro lingua. O si spezza il cordone ombelicale con una sommossa, con un rifiuto totale, con una resistenza, con una guerra civile anche pacifista, oppure da questo dobbiamo partire, da una sottomissione che non vogliamo, da regole che intendiamo scrollarci di dosso. L’Italia non è cambiata e non saranno certo i Sardi a cambiarla. Il 3% dell’elettorato, costretto a subire, sempre e comunque i grandi numeri di un Paese che non è il nostro. Siamo un ingrediente che non lascia nemmeno il sapore nel melting pot italiano, in quel minestrone di culture e interessi che ne fanno una poltiglia in questo momento difficile da digerire. Non saremo noi a cambiare l’Italia. Non abbiamo fermato Renzi, come non l’avremo potuto salvare. È presuntuoso chi lo pensa. È il vero ignorante. Nessuno si illuda. Non passa attraverso noi il cambiamento dell’Italia. Nessun merito e nessuna< colpa. Basterebbe la geografia a farcelo capire, una insularità che già pone diverse condizioni di sviluppo economico e sociale. Se poi andiamo a leggere la storia, bisogna proprio essere degli idioti a non percepire la nazione differente, lingua, cultura, origini e peculiarità. L'unico risultato ottenuto dal Referendum in Sardegna è la nuova coscienza di non essere idioti come prima. Non siamo tutti accodati ai partiti. Molti sì, i più convinti, gli acculturati nelle sezioni destre o mancine che vedono nel risultato referendario il successo di questo o di quello. Ma di quale? Di una maggioranza che sarebbe tristemente rappresentata dal 27 per cento dei votanti? O di una opposizione che avrebbe una straordinaria potenza del 73 per cento? Idioti sono quelli che pensano che questi siano numeri da rapportare alle scimmiottature italiane. L'unico vero successo del referendum in Sardegna è di esserci distinti. Di aver votato diversamente dagli altri. Di non aver assolutamente riassunto le spartizioni numeriche care agli schieramenti. Molti hanno anche votato così. Così piangono e così gioiscono in modo patetico. Un massimo del 60% dei NO, in sintonia con i dati nazionali. E gli altri? Sardi. Uomini che hanno valutato il diverso impatto di una modifica costituzionale che avrebbe avallato (non cambiato) i soprusi attualmente in atto. Uomini che hanno capito di avere radici diverse, piantate in terreni diversi. Che hanno capito anche di non contare nulla in uno stato che non gli appartiene. Ma hanno votato secondo coscienza. Sbagliata? Fondata su cattive letture? Può darsi. Ma originale, frutto di una libertà che da decenni in Sardegna non si scorgeva. Un'identità che è straniera anche al Governatore della Provincia di Sardegna comandata da Roma. Capace di giustificare la sua sotto gerarchica posizione citando ad esempio la Provincia di Bolzano. Se a Bolzano ha vinto il SI, secondo il Governatore di Bananas, è perché non venivano meno le autonomie delle Regioni a Statuto Speciale. Uguali, noi e la Provincia di Bolzano. Intanto perché i rappresentanti di quella provincia non sono uomini di partiti comandati da Roma (non si senta ferito governatore perché è una fotografia). Poi, perché, da decenni difendono il loro territorio con una determinazione che non è propria di certi molluschi che abbiamo avuto al governo "autonomo" della Sardegna. Dimostrazione ne sono le diverse conquiste. Senatori della Provincia di Bolzano in numero maggiore alla Sardegna, 2 ogni 500.000 abitanti nella prospettiva di Riforma. Territorio non certo occupato da basi militari invasive, da inquinamenti speciali di ogni sorta. Lingua italiana adottata come seconda lingua, dopo il tedesco. Amministratori che si guardano bene dal tentare paragoni con realtà culturali differenti dalla loro, consapevoli di essere altro che italiani. Il valore del nostro NO è solo un'espressione di libertà che fa soffiare una consapevolezza crescente della nostra diversità culturale, economica e sociale. È solo una speranza. La base di un cambiamento che prima ci porti all'emancipazione, attraverso la scelta di uomini che rispondano alla società di appartenenza e non alle gerarchie di partito. E poi, speriamo non troppo tardi, all'indipendenza, al confronto con le altre nazioni, proponendo le ragioni della Sardegna, sviluppando le potenzialità, non separatisti ma nemmeno da cani da cortile. Da protagonisti. Per noi il referendum non conta altro. Solo per questo. Per una identità di cui si può prendere coscienza senza nessuna paura che il padrone ci faccia totò a culetto.