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LE INVASIONI BARBARICHE

Vedo ciò che hanno lasciato nella mia terra. Ferraglie e veleni che si spandono dalla campagna alla laguna. Tumori, foglie gialle, pesci che galleggiano gonfi di mercurio. Conosco ciò che fanno dietro i rotoli di filo spinato. Non solo difendono, attaccano. Addestrano per uccidere. Non solo esercizio di guerra simulata. Un tempo. Senza gli americani guerra vera alla terra e alle piante, agli animali e all’uomo. Per posti da cameriere. Senza neanche pulire dopo aver gettato morte tra la spiaggia e il mare, in altopiano e in pianura. Invasioni dei nuovi barbari che vendono una nazione considerata periferia. Che ignorano un popolo che considerano gregge. Che spargono mine nei polmoni della gente che soffoca, talvolta convinta di falsa felicità. Invasioni barbariche. Spargono il sale sulla cultura e sulla storia per rendere anonimo un passato che ci distingue. Tracce che riemergono prepotenti conservate nelle membra di una madre che partorisce ricordi. Rimproveri, consigli, insegnamenti. Sardegna che fa fatica a sopravvivere. Vorrebbe urlare. Vorrebbe svegliare. Vorrebbe scuotere. Ma se anche il più diffuso dei giochi viene invaso dai barbari, allora non c’è mito che possa urlare. Non c’è vittoria. Non c’è riscatto. C’è solo un nuovo barbaro che saccheggia. Tronfio di una violenza primitiva. Nomade che non ha mai trovato casa per il suo cuore. Il più crudele e il più povero degli uomini, parassita di altri uomini. Come una zecca che non fatica ad attaccarsi a qualsiasi corpo pur di succhiare il sangue. Denaro, ricchezza, che prima o poi la natura trasforma in letame. Senza lasciare traccia.

Un pensiero su “LE INVASIONI BARBARICHE

  1. Eccola la poesia del VITTORIO; racchiusa in alcune frasi:
    “VEDO CIO’ CHE HANNO LASCIATO NELLA MIA TERRA”.
    Questo è l’inizio del brano, e ci tocca subito fermarci, cercando anche noi di immaginare.

    “TUMORI, FOGLIE GIALLE, PESCI CHE GALLEGGIANO…”
    Qui, più che le parole precedenti, e le seguenti, colpisce quel TUMORI. Messo così da solo. Evoca la sofferenza delle persone avvelenate, evoca gli attentati compiuti contro la Vita. Si tratta di una parola forte, cruda, sintetica.

    “UN TEMPO.”
    Questa piccola frase di due parole, ci rivela che non siamo in presenza di uno scritto, ma di poesia. Il poeta parla di passato, di storia, di secoli e di generazioni.

    “PER POSTI DA CAMERIERE”.
    Qui, il Nostro, emette una sentenza inappellabile; una condanna morale verso chi si è svenduto il bello, il naturale, e tutto ciò che eravamo.

    “…MADRE CHE PARTORISCE RICORDI…”
    Non siete ancora convinti che questa è poesia? Sta parlando della Terra Sarda, della Sardegna. E ci dice che il nostro territorio “…VORREBBE URLARE…”.
    Poi prosegue dicendoci che “…ANCHE IL PIU’ DIFFUSO DEI GIOCHI VIENE INVASO DAI BARBARI…”.
    Quindi Terra e Calcio assediati.

    “SENZA LASCIARE TRACCIA”.
    E’ il finale di questo scritto/POESIA, che annuncia la scomparsa nell’oblio di tutti gli “invasori”, come è sempre stato. Finale che però non ci trasmette un senso di speranza, ma solo di ineluttabilità.
    Bacioni, Andrea.
    E complimenti al poeta.

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