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CON ME O CONTRO DI ME

Le telefonate le ricevo soprattutto quando il mio pensiero differisce da quello gerarchico. Mai una volta quando invece è perfettamente d’accordo. Frutto di un bipolarismo che domina la società, senza mediazioni, muro contro muro, in posizioni distinte e contrarie. La critica non è solo “massacrare” chi non la pensa come te. È anche avallare, distinguere, formare, far notare, migliorare. La critica ha un valore positivo che sembra ormai scomparso. “O con lui o contro di lui”. La frase che riassume il metodo che la società ha acquisito per confrontarsi. Meglio: per scontrarsi. È sempre più difficile osservare, valutare, verificare, di volta in volta per dare il tuo contributo ad un progetto, ad un’idea, al mondo che si muove. È difficile anche perché qualsiasi movimento non viene interpretato come nodo di un percorso che si può correggere in corsa, ma una ipotesi perfetta e statica, rigida e non flessibile che può essere solo alla fine “bocciata o promossa”. Un integralismo che non si percepisce. Una forma di fede assoluta nei confronti del bene e del male. Si è tornati indietro di millenni nel modo di pensare. Si condanna giustamente l’omofobia ma non si condanna allo stesso modo l’eterofobia. E se l’una è un aspetto quasi esclusivo delle relazioni sentimentali, l’altra è la radice dell’intolleranza che imperversa. Non si tollerano neanche i pensieri diversi, non solo le razze e le abitudini. Non si tollera che tu un giorno possa non essere d’accordo anche se il giorno dopo lo sei. Non si capisce che la diversità è una ricchezza che rende più vario e ampio l’orizzonte. Più pensieri, più visioni, più stili, più sfumature, più abitudini, più gusti, più risorse. Vorrei un giorno sentire squillare il telefono anche per conoscere meglio il mio pensiero diverso e non solo per tentare di allineare il giudizio, di adularlo, di corromperlo, di minacciarlo, di limitarlo. Quel giorno avrò un amico in più che avrà capito che da me non si potrà aspettare sempre che dica di sì. Lo ascolterò, gli proporrò la mia critica, esprimerò il mio pensiero. Se poi ognuno di noi vorrà modificare il punto di partenza, anche in piccoli dettagli, lo farà. Altrimenti ciascuno resterà del proprio avviso. Nel rispetto delle visioni differenti. L’unico modo perché l’orizzonte sia più ampio e il mondo più ricco e sereno.

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LE INVASIONI BARBARICHE

Vedo ciò che hanno lasciato nella mia terra. Ferraglie e veleni che si spandono dalla campagna alla laguna. Tumori, foglie gialle, pesci che galleggiano gonfi di mercurio. Conosco ciò che fanno dietro i rotoli di filo spinato. Non solo difendono, attaccano. Addestrano per uccidere. Non solo esercizio di guerra simulata. Un tempo. Senza gli americani guerra vera alla terra e alle piante, agli animali e all’uomo. Per posti da cameriere. Senza neanche pulire dopo aver gettato morte tra la spiaggia e il mare, in altopiano e in pianura. Invasioni dei nuovi barbari che vendono una nazione considerata periferia. Che ignorano un popolo che considerano gregge. Che spargono mine nei polmoni della gente che soffoca, talvolta convinta di falsa felicità. Invasioni barbariche. Spargono il sale sulla cultura e sulla storia per rendere anonimo un passato che ci distingue. Tracce che riemergono prepotenti conservate nelle membra di una madre che partorisce ricordi. Rimproveri, consigli, insegnamenti. Sardegna che fa fatica a sopravvivere. Vorrebbe urlare. Vorrebbe svegliare. Vorrebbe scuotere. Ma se anche il più diffuso dei giochi viene invaso dai barbari, allora non c’è mito che possa urlare. Non c’è vittoria. Non c’è riscatto. C’è solo un nuovo barbaro che saccheggia. Tronfio di una violenza primitiva. Nomade che non ha mai trovato casa per il suo cuore. Il più crudele e il più povero degli uomini, parassita di altri uomini. Come una zecca che non fatica ad attaccarsi a qualsiasi corpo pur di succhiare il sangue. Denaro, ricchezza, che prima o poi la natura trasforma in letame. Senza lasciare traccia.