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IL “FENICOTTERO” IN ROSA

Ventiquattro ore dopo il volto allo spasimo, la sofferenza di Mook, eccolo il ragazzo di Villacidro che si fa chiudere la zip dalla Miss. È la maglia rosa che il “fenicottero” sardo porterà in volo. Leve lunghe e smagrite, colpi d’ala possenti che non hanno bisogno di scomporsi, eleganza che incanta. Fabio Aru è uno de “sa genti arrubia” che ogni mattina va a cercare il cibo e la sera torna nella sua laguna. C’è poco da scrivere di lui perché è soprattutto una pagina appena iniziata. Con un carattere capitale che si distingue. Con un avvio di frase che lascia tutti incantati. Come il volo di un fenicottero che dal rosa non si stacca. È il suo pasto, è il suo cibo, è la sua vita. È la fatica di un’Isola che vorrebbe scalare montagne, il più delle volte sulle gambe, con il viso sconvolto. Ma che non può smettere di credere al suo decollo. Quel ragazzo semplice, che si attorciglia alla bici come un rovo ad un muro, sale, sale, sale, sempre più in alto. In un volo che tutti ammirano. E con lui decolla l’orgoglio di un’Isola intera. Di un popolo che scopre che può farlo. Anche al costo di più di una lacrima. Il nostro fenicottero in volo che gira per l’Italia.

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SARDO, RAZZA INFERIORE?

Non lo siamo ma lo crediamo. Lo siamo quando lo crediamo o ce lo fanno credere. Storia di un popolo che erano GIGANTI. Sotto la nostra terra nascosta la storia e l’identità. Scomoda da disotterrare. Pericolosa soprattutto per i colonizzatori che trovano sponda in quell’Isola che dentro il Mediterraneo ha rappresentato per lungo tempo il centro del mondo. Ora è periferia. Discariche più o meno tecnologiche. Poligoni militari tra i più quotati e inquinanti del mondo. Frontiera tra Occidente e Africa che cambia nome a seconda del punto di vista. Siamo diventati lillipuziani per indottrinamento e per un medioevo arrivato tardi. Prima il progresso e poi lo sfruttamento. Prima il comando e poi la servitù. Una storia al contrario che deve essere rimessa nel verso giusto. Non ci hanno portato il progresso della grande industria per aiutarci. Hanno portato la grande industria per specularci. Non hanno portato le basi militari per creare economia. Hanno impiantato le basi per fare economia. Una mentalità che il colonizzatore tramanda di padre in figlio, così come il servo che non osa pensare di diventare padrone a casa sua. Anche i proverbi sono strutturati per convincerci della nostra razza inferiore. Pochi, matti e disuniti. Finché non ci uniamo. Allora saremo di più e meno folli. Non accetteremo più che arrivino da ogni parte del mondo convinti di portare nella nostra terra il progresso e la cultura ad un popolo primitivo. Quel popolo che ancora oggi, sparso nel mondo dimostra di non essere inferiore. Continuiamo a vantare grandi filosofi, politici, letterati, artisti e pensatori. Non siamo una cultura inferiore. Non abbiamo di che imboccarci. Non possiamo accettare l’importazione e il trapianto di stili e culture che non ci appartengono. Soprattutto non possiamo accettare la presunzione che gli stili e la cultura esterna siano il progresso. Siamo razza inferiore finché lo crediamo. Ma se smettiamo di crederlo, non saremo solo una razza diversa e complementare, ma unica e inimitabile. GIGANTI, come lo siamo già stati.

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INNA…MORATA DALLA NASCITA

Tutti che pensano alla vittoria. Il risultato che scatena entusiasmi. A me invece è rimasta impressa la delusione di un ragazzo cresciuto con un amore profondo e costretto al divorzio. La faccia di Alvaro Morata all’uscita di scena dal Santiago Bernabeu è un romanzo. È la storia di un bambino che cresce sognando di giocare un giorno una partita di Champion’s in quello stadio dove ci sono tutti i suoi beniamini. Che cresce con la maglia dei blancos che porta anche a letto. Che si sveglia ogni mattina per inseguire quella magia. Che si avvicina anno dopo anno, categoria dopo categoria, gol dopo gol. Ci arriva. Uno su un milione ce la fa e lui al Real aveva bruciato le tappe. Ma il calcio che sognava non comprendeva affari e compravendite. Non aveva messo in conto che il pubblico vuole il nome che rimbomba, che suona in una lingua diversa, esotica e affascinante. Uno che si chiama come tanti del posto non scatena queste energie. Alvaro è costretto ad andar via. Il destino lo pone di fronte alla sua infanzia. Pensa sia un nuovo esame, l’ultimo, il più importante per dimostrare che merita un finale felice per la sua infantile fiaba. C’è una sola cosa da fare, giocare bene e segnare. Lo fa con la morte nel cuore, guardandosi allo specchio, senza gioire, sperando che il mondo capisca. E quando c’è il cambio, dalla sua gente si aspetta gli applausi. Il sostegno del popolo che rivendica la paternità di un figlio. E invece arrivano i fischi. Inna…Morata e deluso. Come troppi giocatori del vivaio che spendono infanzia e adolescenza per coronare un sogno. E quando arrivano vengono cacciati per fare spazio ad un nome esotico, ad uno straniero, ad un “procurato” da manager che sa fare gli affari. Al Real come al Cagliari. Facce deluse di uomini che vorrebbero tornare. A cui hanno detto che solo dimostrando ciò che valgono possono arrivare a centrare l’obiettivo. Una truffa. L’unica cosa che conta è il successo. Sono i soldi. E insegnare la passione, la fedeltà, il legame, diventa sempre più difficile. In una sera di champion’s ho letto soprattutto questo. Il pianto nel cuore di un patriota costretto all’esilio.