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UNA SQUADRA SENZA ANIMA

Una squadra fredda e distaccata, quai industrializzata. Dinamiche che contavano su un meccanismo razionale, senza variabili umane che potessero condizionare il progetto. Il Cagliari di Giulini aveva un obiettivo, dare un volto pragmatico alla società. Metodi scientifici che dalle aule della teoria specializzata prendessero possesso del campo d’esperienza. Manager titolati in ogni ruolo e un tecnico, Zdenek Zeman, che facesse da guida all’evoluzione calcistica della squadra. Metodi collaudati, cultura della fatica, schemi geometrici dimostrati con calcoli matematici, fede assoluta nell’idea base. Tutto curato nel minimo dettaglio trascurando solo la profondità del mare che separava la teoria dalla realtà. I calciatori che somigliano a macchine non sono tanti e non sono perfetti. Molti di loro assumono strategie da scienziati per nascondere i difetti di base o per tentare di rimuoverli. Sono però quasi sempre scelte individuali. Se non le adottano personalmente scelgono di affidarsi a trainer che possano guidarli nel loro percorso. Nel Cagliari sono state calate da un giorno all’altro. Non doveva essere una rivoluzione, questo si era detto, ma lo è stata. Il passato era fatto da uomini e non da macchine. Anche loro con diversi difetti, ma diversi. Con il gruppo, la forza d’animo, l’entusiasmo e la passione le squadre degli anni scorsi hanno rimediato ai difetti della macchina. Chiamati ad essere solo macchine, questi difetti sono riemersi nella loro drammaticità. Non c’è stato miglioramento, basti vedere il rendimento della squadra in avvio di torneo, addirittura superiore a quello delle ultime gare. Il Cagliari che è stato disumanizzato, affidato ai calcoli e alle teorie di società e tecnico, è ora una squadra senza anima, con idee che non decollano, con pochi punti in classifica, con protagonisti che vivono sereni, basti vedere come superano con facilità, divertendosi, i traumi della retrocessione che si avvicina. A soffrire siamo noi che ci teniamo e che ci dividiamo in avvocati e magistrati, a difesa o all’attacco dell’uno e dell’altro. Disorientati e incantati, illusi o demoliti, da un progetto fallito. Solo l’umiltà potrà farci rialzare, con il lavoro del contadino e non quello del matematico.

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DALLA CROCE ALLA SPERANZA

«Questo Albero è cibo, dolce cibo, per la mia fame e una sorgente per la mia sete; è indumento per la mia nudità; le sue foglie sono alito di vita. Se temo Dio, questa è la mia protezione; se inciampo, questo è il mio bastone; questo è il premio per cui lotto, la ricompensa della mia vittoria. Questo è il sentiero diritto e stretto; questa è la scala di Giacobbe, dove gli angeli salgono e scendono, e in cima alla quale sta in piedi il Signore stesso». Sono parole scritte da San Giovanni Crisostomo sul significato della croce. Oggi, come sempre, nella storia dell’uomo, danno una speranza nel momento della sofferenza. Non parlo solo di quella calcistica, effimera, legata al dio pallone, parlo della croce che pesa sulle spalle di tanti condannati dalla routine quotidiana, dal giogo di una società che stenta a realizzare la democrazia di fatto, la giustizia oggettiva. Si regge su ipocrisie, la democrazia e la giustizia non esistono se ci sono categorie che pesano di più, che hanno più potere economico o politico, che mantengono e innalzano i loro privilegi a discapito della gran parte della società, chiamata alla costruzione di una piramide che schiaccia gli ultimi e i diseredati. Diventati sempre in maggior numero. Anche chi lavora rasenta la schiavitù. Produce un reddito che viene sottratto in tasse, che non basta per le tasse stesse. Ci vorrebbe una nuova moltiplicazione di pane e di pesci con il rischio che anche quelli possano essere confiscati per il banchetto di chi sta in alto. La croce è il nostro cibo, è il nostro quotidiano, è il nostro vestito. Non riusciamo a staccarcene per paura di perdere la protezione del sistema, per il terrore di non avere più assistenza sulla quale poggiare. Ci rimane la speranza che ci sia un fine ultimo superiore ai piaceri terreni, un paradiso per i sofferenti. Una forma di suicidio materiale nel quale proiettiamo tutte le speranze di una vita migliore, ultraterrena. Nel calcio tutto diventa più banale perché la salvezza è nelle nostre mani, anche qui, padroni permettendo. Dal cielo alla terra prende voce l’immagine di una croce che ci sprona a reagire. “Ma che ti lamenti, prendi lu bastone e tira fora li denti”. Versi apocrifi di chi santo non è stato. ” Si tu si un uomo e nun si testa pazza, ascolta beni sta sentenzia mia, ca iu ‘nchiodatu in cruci nun saria s’avissi fattu ciò ca dicu a ttia. Ca iù ‘inchiadatu in cruci nun saria! Ma che ti lamenti, prendi lu bastone e tira fora li denti”. Dalla croce alla speranza c’è comunque sempre un percorso, spirituale o materiale. Figlio della fede e della rassegnazione in vita, figlio della reazione e del sovvertimento del sistema. L’uno e l’altro, in attesa della resurrezione. Alla ricerca di una vita migliore, della salvezza eterna o quotidiana.