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DI SOLDI, DI MODA, DI SANGUE

“I bambini non tifano Cagliari”. Prendo spunto da un commento pubblicato sulla pagina del mio profilo facebook. I bambini non tifano Cagliari ed è vero. Meglio, la maggior parte dei bambini tifano altre squadre che hanno più visibilità e clamore. Squadre di moda, squadre vincenti, squadre reclamizzate. In un processo di italianizzazione che somiglia molto all’appiattimento culturale avviato con l’Unità d’Italia. MA NON È CERTO SOLO COLPA LORO! Il Cagliari è una squadra che conserva uno status IDENTITARIO. Il tifo rossoblù si tramanda di padre in figlio, si conserva grazie a poche strutture spontanee, vedi tifo organizzato. Tra i giovani, soprattutto attraverso gli Ultras, gli Sconvolts. Non è un prodotto della moda, della promozione, del clamore. Non c’è una società che riesce a promozionare il Cagliari con gli standard moderni. Ne sfrutta la peculiarità di base, quella della stretta equivalenza CASTEDDU=SARDEGNA. La sfrutta. La sfrutta la società anche se non sempre la cura. La richiama ogni qualvolta può essere utile farlo, se si deve ottenere qualcosa. La ripudia quando c’è da sottrarsi al valore collettivo, per riportare la Cagliari Calcio alla società per azioni che opera per l’interesse privato. Su questa speculazione si gioca parecchio e alla fine è l’aspetto che infuoca di più le discussioni. Ci sono i tifosi rossoblù che si innamorano di chi personalizza il Cagliari (dirigenti, allenatori, calciatori) e ci sono i tifosi che mal digeriscono la pantomima dell’appartenenza solo quando fa comodo. Cascano in questa rete soprattutto coloro che baciano la maglia, dichiarano amore viscerale ma poi trovano il pretesto per essere “professionisti”, badare alla carriera e al profitto. I bambini non tifano Cagliari se non si conserva l’identità legata alla maglia, se non si considera il valore più profondo rispetto alla moda, al successo facile, alla visibilità mediatica. Curare l’identità e sottrarsi alla massificazione sarebbe obiettivo di società e istituzioni che invece entrano spesso in conflitto. Anche nella questione stadio, la struttura fa comodo venga vista come “patrimonio dei Sardi” in certi momenti, per poi ridiventare una “esigenza privata”. Di questo concetto se ne appropriano gli uni e gli altri, nell’ultimo periodo, il Patron e il Comune, ora di Cagliari. I conflitti, le guerre e la pace, vanno a folate, ad agguati. Gli ultimi li trovi anche nei social network. Nascosti dietro pseudonimi, si dice si celino, se non direttamente, dei portavoce delle parti in causa e compaiono accuse spesso circostanziate che non possono essere di utenti qualunque. La “difesa” del Comune batte forte sulla mancanza di un progetto che entro il 2015 possa portare ad uno stadio “vero”. Un progetto senza i tubi innocenti, concessi fino al 2015 appunto. Accusa Il Presidente del Cagliari di voler speculare e di raccontare bugie. La replica è affidata ad altri pseudopersonaggi (pseudo, perché coperti da pseudonimo) che ribattono con accuse anche particolareggiate: lo stadio cade a pezzi, le reti che dovrebbero garantire la sicurezza non sarebbero state collaudate dal Genio Civile, addirittura non sarebbero state montate tutte malgrado (si accusa) gli ingegneri siano stati già liquidati. Una storia di soldi, anche pubblici, buttati al vento, di gloria (infima) fatta di battaglie personali, di mode che prendono il sopravvento cancellando l’identità che abbiamo nel sangue. I bambini non tifano Cagliari. È vero, perché pochi educano i Sardi a conservare la loro identità. Il Cagliari è solo la metafora più facile da utilizzare. E non un valore sul quale speculare.