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SGUARDO NEL MONDO

Il buio ora mi fa paura
lo sento arrivare più spesso
a rubare il resto della vita
che ha iniziato la discesa.
Abbasso le palpebre senza dormire
non voglio perdere niente
trovando riposo, quanto basta,
dietro la tenda della sera.
E poi spalanco bramoso
per far tornare la luce
vedo i vetri sporchi,
sofferenze di uomini in bilico
portano i massi della piramide.
Lassù siedono boriosi i carnefici,
giacca e cravatta d’ordinanza,
volto severo di facciata
sanguisughe della società sfiancata.
Riabbasso le palpebre
per coprire il cuore che langue
come latrato di cane
che sente la morte arrivare.
Non so quanti passi,
non so quanti giorni,
non so contare i respiri
ma sento gli affanni.
Appannano i vetri sporchi
di una vecchia finestra
dove gli occhi sono le tende
che non vorrei chiudere più.
Ma devo,
per non uccidere il cuore
prima di sentirmi morire.

Vittorio Sanna

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MA LO STADIO DI CHI È?

È mio, quando mi fa comodo. È suo, quando diventa una patata bollente. Di chi è lo stadio Sant’Elia? Da Wikipedia: ” L’impianto, capace di 59.972 posti a sedere[7] (che potevano diventare circa 70.000 con quelli in piedi[7]), costò al Comune di Cagliari poco più di 1,9 miliardi di lire dell’epoca, circa un quarto dei quali coperti dal CONI attraverso un credito sportivo di circa 550 milioni in due tranche”. Quindi è del Comune di Cagliari? Se è del Comune di Cagliari è stato costruito con soldi pubblici, compresi quelli del CONI. Chi deve curare la cosa pubblica? La domanda è talmente banale che non merita una risposta. Indipendentemente dalla destinazione che gli verrà data, una struttura pubblica deve essere mantenuta e curata. Direttamente dall’Ente o attraverso convenzione da un privato. L’unica cosa che non può e non deve succedere è che ci sia sperpero di denaro. È stata finora un’utopia perché il denaro pubblico si sperpera ancora oggi malgrado i tempi da fame e le tasse da schiavitù moderna. Lo stadio Sant’Elia è stato fin dall’inizio “la casa” del Cagliari. Prima di Cellino e con Cellino. L’unico che ha pagato l’affitto dovuto è stato, anche con “ganascia fiscale”, quest’ultimo. Quello che si riteneva fosse “DOVUTO”. Se il debito è “onorato” bisogna ricominciare. Intanto quel bene pubblico deve essere recuperato e invece di campagne Robin Hood, totalmente demagogiche, sarebbe forse il caso che almeno qualcosa di ciò che è stato incassato venisse reinvestito per il mantenimento. Impossibile da fare, vista la decadenza alla quale si è arrivati. “Non è mia la colpa” non basta nel momento in cui ci si candida per ereditare e migliorare una qualsiasi amministrazione. Si parte dalle colpe altrui e si pone rimedio, non ci si lava solo le mani da mettere in tasca. Con Cellino è impossibile trattare? Certamente è difficile, molto difficile. Forse anche impossibile. È per questo che non si dovrebbe tutto risolvere con il “tanto non serve a niente”. Lo Stadio Sant’Elia non è di Cellino. Lo è la Società per Azioni che risponde al nome di Cagliari Calcio. Una società che talvolta viene utilizzata nel nome della patria. Per identificare un popolo. Per radunare molti Sardi (purtroppo, non tutti) sotto una sola bandiera. Quella che ora i candidati alla Sardegna Regione o Nazione sventolano intima quasi fosse la copertina di Linus dalla quale è impossibile separarsi. Ma dove sono finora stati? Tutti si candidano alla gestione della “cosa pubblica” ma c’è una “cosa” enorme della quale si sono totalmente disinteressati. Fatto fuori qualche concorrente politico anche interno, sono ritornati ai loro affari. E lo Stadio è lì che cade, con qualche reticella che para i calcinacci. Con licenza provvisoria. Con un trapianto di posti che somiglia ad un parrucchino per teste pelate. Ma lo stadio di chi è? E se Cellino liquiderà il Cagliari (molto probabile stavolta sia vero), come verrà salvato? Forse con bombe vere, tritolo, per buttare al vento e trasformare in polvere i soldi spesi. Soldi pubblici. Perché lo stadio sarebbe nostro, se più di qualcuno, di amministrazione in amministrazione, dal Comune alla Regione, non se ne fosse totalmente disinteressato. Per tanti ieri ma anche per già numerosi oggi.

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IL GRASSO MAIALE

Forse troppo presi dalla corsa. Forse incastrati dal sistema. Certamente incapaci di fermarci a riflettere. Ma che senso ha tutta la nostra esistenza? Qual è il fine ultimo se non VIVERE e VIVERE SERENI. Solo quando gli anni alle spalle sono più numerosi di quelli davanti cerchi di capire che cosa stai costruendo. Qualcuno dice UN FUTURO. Un futuro per chi se io ci sono adesso? Un futuro per i figli che poi costruiranno un futuro per il loro figli. E il presente? Il presente è la più grande ricchezza che abbiamo. È la ragione stessa della nostra esistenza. Vivere, per goderci ogni attimo della nostra concatenazione naturale. Perché poi, tutti i piaceri si riconducono a relazioni naturali. Relazioni affettive o amorose, relazioni riconducibili ai nostri sensi, comunque sempre relazioni con il mondo che ci circonda. Soddisfare la sfera di bisogni, circoscritta dal limite di ogni uomo dovrebbe essere il fine ultimo. E invece l’uomo continua a ricercare lontano da sé. Aliena l’idea del suo piacere nell’accumulo di risorse. Lavoriamo in una società per tenere in piedi il regime parassitario di chi ha troppo di più di quel che sarebbe utile per dare un senso alla propria vita. Trascurando di compensare la fetta di società che non riesce ad avere il minimo indispensabile per sopravvivere. Sosteniamo la società per pagare i privilegi della casta, non per dare pari opportunità a chi socialmente più debole. Non stiamo pagando per un sistema sanitario efficiente. Non stiamo pagando per servizi al cittadino. NOn stiamo pagando per una scuola decente. Stiamo pagando per le spese del maiale sempre più grasso. Ogni ruolo eccessivamente compensato è una voragine nell’equilibrio del mondo che dalla natura trae le proprie risorse in un dare e avere concatenato che se si spezza fa sprofondare tutti. Pensiamoci un poco, alle nostre sofferenze, ai nostri sacrifici. E pensiamo a come siano poi i momenti intimi, la famiglia, gli amici, il vero piacere che viviamo. Solo così potremo sopportare meno la corsa, l’incastro di un sistema che ci ha ingaggiato per alimentare l’accumulo di ricchezze e la distruzione di fasce deboli di società. Richiamandoti al dovere di fare arrivare al vertice le risorse, non diversamente da qualsiasi società di carattere imperiale. Contribuendo anche noi alla costruzione della piramide che provoca il dolore dell’uomo. Sotto il ricatto della falsa morale che ti fa credere che chi si ribella sia pericoloso. E invece è pericoloso continuare a sostenere la macchina della rovina.

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RIVA E CONTI, VALORE DI SARDI

È uno specchio di eroi quello che il calcio regala ai Sardi. Valori morali rari dappertutto e che con la maglia rossoblù hanno creato i miti da leggere nelle scuole. Perché Gigi Riva da Leggiuno e Daniele Conti da Nettuno sono prodotti leggendari. Il primo è stato partorito da un vulcano, annunciato da un rombo di tuono che a distanza di 50 anni echeggia ancora. Il secondo ha percorso una nuova Eneide partendo dalla costa romana per approdare in Sardegna e diffondere le gesta che già furono del padre Bruno. Insegnano lealtà e passione, legame viscerale con una terra che non è quella natia, ma che li ha adottati come madre premurosa. Figli di cui la Sardegna va orgogliosa risvegliando il senso di una patria, di una nazione. Appartenenza e stile di vita, legame con una natura generosa ed ospitale. Hanno dato un valore alla nostra terra e alla nostra società. L’hanno ritenuta più ricca di qualsiasi ingaggio miliardario in lire e milionario in euro. L’hanno ritenuta più gloriosa della carriera, di altre osannate platee. Rendono così più piccolo il mondo dei professionisti in carriera, delle società di profitto, dell’immagine ad ogni costo, del consumismo come status simbolo. Specchiandoci in Riva e Conti riscopriamo l’orgoglio e il valore di essere Sardi, caratteri tramortiti da troppi secoli di bastonate coloniali. Riscopriamo ciò che vale riconoscerci in un popolo distinto, diverso, particolare. Lo scopriamo attraverso il piacere altrui, di chi ci ha conosciuto arrivando da fuori, cogliendo l’essenza della nostra natura che è anche una potenzialità. Innamorati di ciò che a noi hanno detto era motivo di vergogna, ragione di inferiorità. Riva e Conti hanno scelto di essere Sardi. Riva e Conti ci insegnano ad essere Sardi per promuovere la Sardegna, per difenderla e valorizzarla. Ce lo insegnano con un gioco, come i miti e le leggende insegnavano all’uomo antico con delle storie fantasiose. Ci danno anima e fiato per resuscitare. Per ritrovare l’antico spirito che è nel nostro patrimonio genetico, nella nostra incoscienza. Un patrimonio che ha bisogno di nuova consapevolezza.